
Nella carne

La trama
È un cerchio perfetto la vita di István, che si dipana in un’alternanza di successi e disfatte sullo sfondo della storia europea degli ultimi quarant’anni. Dall’Ungheria a Londra e ritorno, dal crollo della Cortina di ferro alla pandemia, passando per la seconda guerra del Golfo e l’ingresso nell’Unione Europea dei Paesi dell’ex blocco sovietico, la sua è la parabola di un uomo in balìa di forze che non è in grado di non solo quelle all’opera sullo scacchiere politico del Vecchio Continente, che lo manovrano come un fantoccio, ma anche quelle – istintive – che ne governano la carne, spesso imprimendo svolte decisive alla sua esistenza. Tutto – i traumi e i lutti, i traguardi raggiunti e le potenziali soddisfazioni – lo lascia ugualmente impassibile, pronto a fronteggiare ogni accadimento, dal più fortunato al più tragico, con l’arma del suo «Okay». E forse è davvero questa l’unica ricetta per attraversare incolumi il tempo che ci è concesso in solcarlo senza illusioni, abbandonandosi alla corrente. Con questo romanzo David Szalay ci consegna un personaggio insieme magnetico e respingente, un discendente ideale della stirpe di Barry Lyndon e Meursault – e si conferma uno dei più singolari e ironici cantori del nostro acuto smarrimento.
– Ipnotico –
Nella carne di David Szalay (Adelphi edizioni) è stata una lettura decisamente particolare. La definisco così perché nonostante siano passato diversi giorni dalla fine della lettura, non riesco ancora ad afferrare alcuni aspetti. Le aspettative, come spesso accade quando i libri vincono prestigiosi premi, erano altissime, eppure c’è qualcosa che non mi ha del tutto convinto di questo libro.
Di David Szalay avevo già letto Turbolenza (LEGGI QUI la mia recensione), una raccolta di racconti che mi aveva lasciato con la sensazione di frustrazione addosso. Lo stile di Szalay ha qualcosa di ipnotico. Amo i fronzoli e di certo questo autore non ne usa, ma stranamente la cosa non mi infastidisce anzi. Lo scrittore va dritto al punto, sempre. Lo fa con precisione e ritmo, inserendo colpi di scena inaspettati. E allora cosa c’è che non va? A questa storia, proprio come a quelle di Turbolenza, manca un certo tipo di profondità. Manca l’approfondimento. Si rimane tragicamente in superficie e credo che sia una scelta voluta ma che purtroppo non mi ha convinta.
Nella carne è la storia di István, un ragazzino di quindici anni che vive con la madre. Lo conosciamo così, all’improvviso. Non ci sono spiegazioni, descrizioni… non sappiamo molto del protagonista (che nella mia testa si chiama Ivan), immaginiamo che sia un bel ragazzo, taciturno e forse potenzialmente problematico.
István è costretto dalla madre ad aiutate la vicina di casa con la spesa, comincia così una storia clandestina tra i due. Non saprei come spiegare ma è come se István esistesse solamente in funzione al sesso. Ogni cosa che gli capita nella vita è inevitabilmente legata alla sfera sessuale (è così per tutti? Forse Freud direbbe di sì). La storia però ha conseguenze tragiche e la vita di István cambierà per sempre.
In un battito di ciglia troviamo István quasi adulto, invaghito di una ragazza che prova a conquistare e subito dopo lo ritroviamo davvero adulto con la guerra in Iraq alle spalle. Ed è qui che ho cominciato a storcere il naso. Sì, ci sono problemi di depressione, di stress post traumatico ma non sappiamo assolutamente nulla. In realtà non conosciamo nemmeno l’impatto emotivo che la guerra ha lasciato su István. L’autore sceglie volutamente di non parlarne, e anche quando comincerà la terapia con i farmaci scopriremo solamente anni dopo che l’ha interrotta. Che effetto gli ha fatto prendere i farmaci per stabilizzare l’umore? Quando ha deciso di smettere? Quando è guarito? Non rilevante.
Immagino Szalay mentre appiccica il timbro “Non rilevante” su tutte le mie domande. C’è il trasferimento a Londra, il cambio di vita… István dopo aver lavorato come buttafuori cambia completamente, di nuovo, la sua vita.
István è un soggetto passivo? Non lo so, ma sicuramente la narrazione lo fa credere. Qualunque cosa succeda, bella o brutta, la frase più gettonata è: “Okay”. Come se István esistesse soltanto in relazione agli altri, e in particolare alle donne della sua vita.
L’uomo bello, a tratti potente e ricco, che però sopravvive. Una vita, nonostante le enormi difficoltà che gli si presentano, senza veri e proprio picchi emotivi. Allora Nella carne è la descrizione di una vita normale? Normale non direi proprio, e per fortuna. Una serie di disgrazie così sono spesso insostenibili nella vita reale (ma accadono).
István in Nella carne rimane impenetrabile. A differenza di altri romanzi in cui conosciamo per filo e per segno i pensieri dei protagonisti, qui non conosciamo nulla. Possiamo solo osservarlo da fuori, fare le nostre deduzioni. Ho intravisto diverse recensioni che avevano nel titolo la parola “mascolinità”. Non ho idea se questo sia un tema. Alla fine István fa sesso con delle donne e forse a suo modo le ama, ottiene favori certo ma incassa anche due di picche.
Nella carne è scritto al presente, si svolge tutto qui e ora, ci sono tante, tantissime scene di sesso e ovviamente il punto di vista è quello maschile. Ma questo basta per farne un romanzo che parla di mascolinità? Forse dipende da cosa si intende. Io credo che i temi siano altri. L’autore ha voluto raccontare una vita straordinaria in maniera ordinaria. E questo è originale. Il lettore si trova a divorare le pagine spinto da una curiosità disturbante. Con chi andrà a letto? Cosa succederà con il figliastro? Il tizio morirà o si salverà? E via dicendo… e forse è proprio questo il punto. Per quanto distorto e improbabile Nella carne è uno specchio.
Nella carne è …
Ipnotico. Ho scelto di dare tre stelle e mezzo perché comunque l’ho divorato. Spinta da quella curiosità al limite del morboso. Il pessimismo di base non mi ha disturbato anzi. Amo i libri che non cercano eroi o lieto fine e soprattutto apprezzo i libri che lasciano domande più che risposte. Eppure non riesco a togliermi dalla testa che qualcosa manchi.
C’è qualcosa di terrificante nel modo in cui la normalità si impone. Nel modo in cui l’estate si ostina proseguire. Nel modo in cui gli ippocastani fioriscono e comincia Wimbledon.
Coanigliato per chi è in cerca di una lettura originale, senza sconti e a tratti senza pietà. Fatemi sapere cosa ne pensate. L’aveto letto? L’avete adorato? O pensate come me che qualcosa ci sfugga?
Ringrazio Elisabetta (The Book Remedy) per aver letto il libro con me a distanza.
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3 COMMENTI
Simone
3 mesi faHo appena finito il libro
E ho sentimenti contrastanti
Ho quindi cercato recensioni
E ho trovato questa
Che è perfettamente in accordo con quanto pensi
È pura descrizione. Frasi brevi, laconiche. Tecnicamente mi lascia qualche dubbio, ma è decisamente efficace.
Nessuna intenzione di lasciare messaggi tra le righe.
Eppure scorrevole, coinvolgente, impietoso.
Non mi è dispiaciuto, potrei anche rileggerlo.
Ma non so se consigliarlo
Massimiliano
4 mesi faNon capisco. È evidente che, se ha vinto un premio così importante, dei motivi ci saranno. Però, per me, è un libro totalmente sbagliato. Tradisce il patto con il lettore in modo così palese da andare al di là dell’errore.
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I primi tre capitoli circa sono a dir poco straordinari. Basta leggere l’anteprima su Amazon per rendersi conto che la pasta di questo libro è un’evoluzione degna di una Kristof (Ieri), di un Camus (Lo straniero) o addirittura di un Handke ai tempi de La paura del portiere prima del calcio di rigore. C’è l’eco della Ernaux, della Angot e di certa letteratura d’oltreoceano, ma con quel velo di storia e antieroismo che in quest’ultima non puoi trovare.
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Poi? Poi niente. Poi diventa un altro romanzo, quasi ottocentesco: lo scrittore onnisciente! Con tanto di sintesi sui rapporti umani, frasi-tesi che non si capisce chi diavolo pronunci e un dramma familiare che non rinuncia, nei finali di capitolo, all’esca stile thriller tra eredità e ricchezza. Persino la sessualità, all’inizio davvero vitale, concreta e solida, scivola in un erotismo da due soldi.
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La domanda è: come fa uno scrittore del genere a scrivere una prima parte tutta rigorosamente in terza persona limitata, essenziale, senza cedere, mostrando senza mai dichiarare (come solo i grandi riescono a fare), per poi arrivare a produrre — poco a poco, dai due quinti del libro in poi — frasi aberranti come questa:
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«E allo stesso modo in cui nella stanza era come se il mondo fuori non esistesse, adesso che è uscito vale il contrario, e tutto quello che è successo là dentro, pensieri compresi, gli appare vago e inconsistente come un sogno sbiadito».
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Ma chi lo dice? Lo scrittore, non più il protagonista.
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Non c’è più il linguaggio incarnato nella giovinezza, gettata su una piana nella quale il protagonista si deve orientare; c’è invece uno scivolamento nell’indifferenza virile, vagamente hard-boiled — stilema che sarebbe ancora accettabile, seppur sospetto, se non ci si svincolasse in fretta con una necessaria coerenza espressiva, un’urgenza percepita come reale, inevitabile, come accade sempre in Houellebecq.
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Invece niente: il protagonista non resta una “forza cieca tra forze cieche”, ma diventa solo un uomo privo di consapevolezza di sé, al limite dell’imbarazzo, che fa spallucce e risponde alle domande con altre domande, quasi un ritardato cognitivo.
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E a questo punto, lo scrittore che fa? Perde il contatto.
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Il romanzo comincia a sfornare registri, concetti e osservazioni (come quella di cui sopra) che mai e poi mai il protagonista avrebbe potuto produrre. Laddove una Ernaux o una Angot sono capaci di reggere lo sguardo e di non uscire mai da questo recinto autoimposto, Szalay ci rinuncia. Lo tradisce e tradisce il lettore. Abbandona il personaggio al suo “ritardo” emotivo, al suo bozzolo, e il romanzo procede solo rivestito da quella forza espressiva iniziale: ne ripete i segni, ne mima il ritmo, ma non è più vero.
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Il guadagno è solo dello scrittore, che finalmente può scrivere come gli pare. Ma scrive un altro libro.
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Uno scrittore del genere non può non essersene reso conto; quindi è voluto, o è stato imposto, o non c’è stato tempo, o è frutto di un contratto: non c’è spiegazione. Forse doveva arrivare in tempo per il premio. Comunque sia, affari suoi, bravo lui; per me resta una grandissima delusione. Ero convinto di aver trovato un romanzo che finalmente riuscisse a resistere alle tentazioni dello psicologismo, dell’azione coinvolgente, dei lampi di illuminazione semantica e della spiegazione acuta.
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Falso allarme.
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Sappiate che, quando avrete letto l’anteprima su Amazon, ecco… raddoppiate la quantità con quel ritmo pazzesco, quella ruvidezza, quella tenuta, e poi ditegli addio: semplicemente scompare.
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Tempo di lettura: due giorni. Si legge rapido, bene; è ben scritto e molto presto diventa innocuo. Questo è un bravo scrittore, sia chiaro. Ma di bravi scrittori il mondo è strapieno; di grandi libri, invece, ce ne sono molti meno. Le due cose non coincidono affatto. Questo romanzo avrebbe potuto essere un grande romanzo, ma non lo è.
Non ne ha la fibra, lo sguardo, la tenuta.
riccardo
4 mesi fanon ha convinto neanche me, e forse il motivo è proprio perchè l’autore non sceglie niente, non c’è un tema centrale. Certo non lo è il maschile, anche se un cenno interessante è l’incapacità di avere amici maschi, di parlare delle cose che ti definiscono, come anche il sesso. Lo è la passività ? l,a carne come insieme di ciò che sei, che viene turbato dal mondo ed a cui reagisci con superficialità? Lo sono le cose che non si possono dire (ecco il titolo tedesco)?E’ come se mancasse qualcosa di importante che la trama, il modo di scrittura, i salti nel tempo, la negazione di troppi particolari non contribuiscono a colmare
riccardo