RECENSIONE: Nel primo cerchio (Aleksandr Solženicyn)

RECENSIONE: Nel primo cerchio (Aleksandr Solženicyn)Valutazione: five-stars

Nel primo cerchio di Aleksandr Solzenicyn
Traduttore: Denise Silvestri
Pubblicato da: Voland il 2018
Genere: Fiction, General
Pagine: 949
ISBN: 9788862433594
ASIN: B07M5M4K72Acquista il libroAcquista ebook

La trama

Costruito in uno spazio temporale ristretto, i tre giorni del Natale del 1949, e in un luogo chiuso, la saraska di Marfino, una prigione alle porte di Mosca dove scienziati di ogni tipo sono detenuti per crimini politici, il romanzo "Nel primo cerchio" - che arriva finalmente al lettore nella sua versione integrale, a mezzo secolo di distanza dalla prima traduzione italiana - potrebbe apparire claustrofobico. Ma le vite e i ricordi dei prigionieri allargano l'orizzonte da quelle stanze a tutta la città e all'immenso paese, regalandoci uno degli affreschi più appassionanti della letteratura, un'indimenticabile composizione di caratteri, luci, colori. La vita di una nazione. Paragonato da Heinrich Böll a una cattedrale, il romanzo della cattedrale ha la struttura e, come dice Anna Zafesova, "possiede il respiro della navata - il panorama multidimensionale della Russia staliniana, dalle campagne desolate ai salotti della borghesia rossa, e dalle segrete del gulag ai teatri moscoviti - e la vertiginosa guglia dei capitoli su Stalin, ma anche la moltitudine di angoli reconditi, cappelle, affreschi, statue che emergono dall'oscurità...

– Capolavoro – 

Nel primo cerchio  di Aleksandr Solženicyn (Voland) è un romanzo corale ambientato in una sorta di prigione ai piedi di Mosca. E’ il 1949 e questi sono i tre giorni di Natale. Sì, avete capito bene, più di 900 pagine per raccontare tre intere giornate. Ma non abbiate paura, non c’è una sola riga noiosa in questo romanzo.

Anche in questo caso, leggere il libro è stato più facile che raccontarlo. I personaggi sono tanti e hanno nomi complicati. Cambiamo spesso scena, vicende apparentemente lontanissime tra loro si susseguono senza un chiaro aggancio – almeno all’inizio, intanto noi piangiamo, ci indigniamo, soffriamo e… incredibilmente sorridiamo. Sì perché Nel primo cerchio siamo imprigionati insieme a scienziati, ingegneri, matematici e studiosi (persino un filologo che vi anticipo già, è il mio personaggio preferito) che vivono la loro avventura dantesca, siamo nel primo girone dell’inferno: e dall’inferno non si fa ritorno. Eppure la penna di Solzenicyn è graffiante, sarcastica… ironica e in alcuni passaggi non possiamo fare a meno di ridere di gusto, in altri il nostro sorriso si spegne nell’amarezza.

Il libro si apre con Innokentij, un ufficiale russo, che chiama l’ambasciata americana per annunciare che i russi stanno progettando la bomba atomica. La conversazione però, effettuata da un telefono pubblico, verrà interrotta bruscamente: qualcuno dei piani alti ha sentito la telefonata. Fuggire, restare, nascondersi o sperare? Che cosa ne sarà di quest’uomo? Perché l’ha fatto? E’ qui che comincia il romanzo ma è qui che abbandoniamo la storia della bomba atomica. La narrazione così incalzante delle primissime pagine, lascia il posto a un altro ritmo, ad altre voci.

Ora siamo nella šaraška, una sorta di prigione di lusso in cui gli intellettuali scienziati sono costretti a lavorare per lo Stato. Il luogo è il regno dell’ambiguità: i detenuti non sono tali perché sono lavoratori al servizio dello stato, l’intero edificio non ha l’aspetto inquietante della prigione perché assomiglia a qualunque altro edificio delle vicinanze o quasi, si vive male ma non così male come nei campi di lavoro…

Dormivano su due piani dell’edificio, oltre che su brande a due piani, sognando: i vecchi, i loro cari; i giovani le donne; chi le cose perdute, chi un treno, chi la chiesa, chi il tribunale.Erano sogni diversi, ma tutti i sognatori ricordavano pensosamente di essere dei detenuti, e se vagavano nell’erba verde o per la città, allora voleva dire che erano evasi, avevano imbrogliato, era accaduto un malinteso e ora li inseguivano. (…)

Il trauma di un arresto ingiusto e di una sentenza di dieci o venticinque anni, il latrato dei cani, il passo delle guardie di scorta, il suono lacerante della sveglia nel campo di lavoro, tutto era penetrato nelle loro ossa attraverso le stratificazioni della vita, gli istinti secondari e persino quelli principali, tanto che il detenuto addormentato prima si ricordava si essere in prigione, e solo dopo sentiva il bruciore o il fumo e si alzava per scappare da un incendio.

Nel primo cerchio - Aleksandr Solženicyn - VolandLe vite degli zek, così vengono chiamati i prigionieri, trascorrono tra interminabili compiti da svolgere e altrettante interminabili conversazioni.  Facciamo la conoscenza di Rubin, il filologo, che ci ricongiungerà all’inizio del libro. Avrà infatti l’importante compito di fondare una nuova scienza (sempre al servizio dello stato). Il suo entusiasmo, la sua motivazione, la sua forza mi hanno commosso.

Ci imbattiamo in Neržin, un uomo ferito dagli altri uomini che rinnega tutto ciò in cui credeva. Dall’intelletto alla manualità, per lui sono meritevoli soltanto le persone che svolgono un lavoro manuale, il suo obiettivo è quello di avere umili abitudini e un’umile vita.  E’ lui a scoprire che il popolo si forma non tanto attraverso il lavoro o all’istruzione, ma si unisce per l’anima. “Ognuno se la forgia da solo anno dopo anno”.

Scopriamo a fatica le caratteristiche di Spiridon, lo spazzino che si aprirà soltanto con Neržin. Una vita difficile, fatta di sfide e di battaglie da combattere: rimasto orfano di padre si deve rimboccare le maniche da ragazzino e finirà per arruolarsi tra i rossi e partire per la Polonia. Ma nessuno torna dalla guerra come prima e il destino ha in servo per Spiridon ancora tante (amare sorprese). E ancora, facciamo un pezzo di strada con Sologdin che dà vita a dialoghi memorabili sulla religione, sulla cultura, sulle scienze.

In questo girone non c’è spazio per l’iniziativa, si lavora e solo a determinate condizioni. I nostri personaggi non possono fare nulla, sono controllati quasi a vista e anche la semplice azione di scrivere su un foglio può scatenare impensabili riforme dell’organizzazione.

Oltre all’abolizione delle pericolose brutte copie, stava prendendo forma anche una seconda iniziativa: il controllo del pensiero! Poiché ogni giorno sul registro andava inserita la data, il maggiore Sikin avrebbe potuto controllare ogni recluso: quanto avesse pensato il mercoledì e che cosa avesse escogitato di nuovo il venerdì.

Le visite si verificano una sola volta l’anno: trenta minuti di colloquio senza baci o contatti. Lo sradicamento comincia da qui,  ma passa anche da un’altra norma fondamentale e paradossale in una nazione comunista: non si possono sposare cause comuni.

I personaggi sono tanti e si continuano ad alternare,  troviamo Radović che è un fallito di lunga data che aspirava a diventare uno dei grandi della letteratura, Jakonov un ufficiale scialbo e stanco, e ancora le mogli dei burocrati, quelle dei detenuti e sullo sfondo una Russia che non riesce a placare la bulimica smania di controllo. Il comunismo ( e il socialismo) che cambia e si svuota, i dubbi, le rivoluzioni, la storia e la filosofia si fondono nei dialoghi di tutti questi personaggi che incarnano le inquietanti sfumature del regime.  Indimenticabile il passaggio in cui i detenuti inscenano, nelle loro uniche ore libere, un processo al socialismo. Patetica la figura di Stalin che viene sbeffeggiato insieme alla sua nazione: i ritratti lo raffigurano con i capelli corvini e lo sguardo fiero, ma la verità è che è un vecchio mediocre che non riesce a dormire e costringe così anche lo stato a stare sveglio, le rughe solcano il suo viso, le crepe contaminano strade e raccolti. Il veleno della menzogna contagia tutti e nessuno può rimanere immune.

Chi nei campi di lavoro, chi nella šaraška, chi nelle proprie divise e chi nella propria immagine o nell’ideologia: non c’è un solo personaggio che non sia un prigioniero di qualcosa o qualcuno, finendo in una spirale fatta di vittime che provocano solo altre vittime.

Nel primo cerchio è…

Prezzo: EUR 22,10
Da: EUR 26,00
Un capolavoro. E’ una lettura impegnativa sia per contenuto che per mole. E’ un romanzo corale in cui i diversi stili si mescolano alla perfezione. Bravissima la traduttrice Denise Silvestri che ha reso tutte le voci de Nel primo cerchio meravigliosamente vere.  Un romanzo che tocca tutte le corde: quelle dei sentimenti e le tematiche dei saggi. Qui c’è l’orrore di chi ha vissuto in prima persona queste esperienze e l’intelligenza e l’arguzia di chi non ha voluto stare in silenzio.

Non so se sono riuscita a trasmettere tutta la bellezza che possiede questo racconto. All’inizio è complesso ricordare i personaggi: sono tanti e i continui flashback che rendono dinamica la narrazione, possono complicare un po’ la lettura ma io ho risolto appuntandomi i nomi e i ruoli sulla prima pagina del romanzo. Le note ci aiutano a capire i riferimenti poco chiari, mentre le vicende che si intrecciano magistralmente, le discussioni, gli amori e le nostalgie dei personaggi ci portano verso un finale amarissimo ma geniale.

I capitoli su Stalin valgono da soli l’intero libro così come quelli sull’ultimo ufficiale che finisce in prigione.

Nel primo cerchio è un contenitore molto grande, i messaggi sono molteplici ma forse uno è il più forte di tutti: la ragione, la morale, l’intelletto ci salveranno dalla mediocrità. I detenuti vengono trasferiti, subiscono ingiustizie ma non abbandonano i loro principi perché per dirla con Neržin, l’esercizio del senso critico crea la nostra anima e questo mi sembra un motivo sufficiente per consigliarvelo.

Vi invito anche a leggere la nota in finale in cui si elencano le numerose edizioni del libro: non si riusciva a stampare integralmente. Nel 1968 la settima ristampa vede la luce, non è mai stata pubblicata in libro singolo ma inserita nelle Opere complete dell’autore.

five-stars

Alcune note su Aleksandr Solzenicyn

Aleksandr Solženicyn

Aleksandr Solženicyn nato a Kislovodsk, nel Caucaso, l’11 dicembre 1918 e morto a Mosca il 3 agosto 2008, romanziere e storico, è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1970. Arruolatosi volontario nell’Armata Rossa, partì in guerra nel 1941, ma bastò il contenuto critico di una sua corrispondenza privata per farlo finire in disgrazia. Le esperienze nelle šaraški e nei gulag, in ospedali (sopravvisse anche a un cancro) e al confino, hanno ispirato alcune delle sue opere più importanti, fra cui Una giornata di Ivan Denisovič (1962), Divisione Cancro (1969), Arcipelago Gulag (1973-1975). Espulso dall’URSS nel 1974, si stabilì prima in Europa poi negli Stati Uniti, dove continuò l’attività di storico e scrittore da dissidente. Fu riaccolto in patria e riabilitato nel 1994.

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