RECENSIONE: Notte (Edgar Hilsenrath)

RECENSIONE: Notte (Edgar Hilsenrath)Valutazione: five-stars

Notte di Edgar Hilsenrath
Traduttore: Roberta Gado
Pubblicato da: Voland il 18 ottobre 2018
Genere: Fiction, General
Pagine: 573
ISBN: 9788862433549Acquista il libro

La trama

Marzo 1942. Sul ghetto di Prokov - città ucraina occupata dalle truppe romene, alleate con i nazisti - è perennemente notte. Giorno dopo giorno, smarrito in un'atmosfera apocalittica, Ranek combatte per sopravvivere. Antieroe spietato e cinico, è disposto a tutto pur di restare aggrappato alla vita, in un'incessante lotta per il cibo e un posto letto con gli altri personaggi del romanzo, ombre costrette a muoversi nella nebbia che si imprimono nella memoria del lettore. Postfazione di Paola Del Zoppo.

 – Disperazione – 

Notte di Edgar Hilsenrath (Voland) è un libro che sconvolge. Orrore e meraviglia hanno viaggiato di pari passo. Grottesco, irriverente, agghiacciante, commovente… non so se mi basteranno le parole per parlarvi di un viaggio che mi ha lasciato davvero sconvolta.

Comprato al Book Pride di Milano  avevo dei dubbi (in realtà io volevo comprare qualcosa di russo, incredibile vero?) ma il ragazzo allo stand me li ha tolti tutti. Mi ha detto che lo stava leggendo in quel momento e non riusciva a smettere. E’ stato lo stesso per me: l’altra settimana non sapevo quale libro iniziare e allora ho cominciato a leggere gli incipit, quando è arrivata la volta di Notte… mi sono fermata a pagina cento. Non sto scherzando.

La storia di Ranek non è per tutti e preferisco dirvelo subito. E’ un viaggio nella notte più oscura, è un posto in cui gli esseri umani hanno smesso di essere tali, è violenza, è orrore che viene raccontato senza filtri. Umorismo nero, malattie e atrocità vanno a braccetto in Notte.

E’ il 1942 e siamo a Prokov, una città ucraina occupata dalle truppe romene, alleate con i nazisti.  Il nostro protagonista è Ranek e… ed è in costante lotta per la sopravvivenza. Costretto a nascondersi per scappare da rastrellamenti, rapine e violenze, si muove su uno sfondo (o)scuro e anche quando trova rifugio la situazione non è tranquillizzante.

Ranek non è un protagonista buono, non è un eroe positivo che sfugge alle angherie di un regime. Non si sacrifica per gli altri, non compie azioni disinteressate. In gioco c’è la vita.

Ranek fa delle cose atroci per sopravvivere e come lui i suoi compagni di sventura. Per trovare un posto letto bisogna svendersi, donare i propri averi, anche quelli più cari e costringere anche  gli altri a farlo. Hilsenrath ci strascina in un girone infernale senza fine. Se chiudo gli occhi per raccogliere le idee, vedo decine di scene passarmi davanti: vedo gli uomini pelle e ossa che cavano i denti con il martello ai compagni morti, riesco a intravedere i cadaveri che scorrono lungo il fiume, sento l’odore di sudore e degli escrementi che traboccano dalla latrina, riesco a immaginare lo sguardo di chi è precipitato in quel mare di escrementi e ci è morto. Sento il rumore dei ferri del medico pronto ad effettuare un aborto, il tavolo impiastricciato di sporco e sangue, le violenze sessuali, l’uomo impiccato, le scarpe rubate a un moribondo… come si fa a raccontarvi tutto questo?

Ranek riesce a trovare asilo in un dormitorio: una volta che si riesce a conquistare un pezzo di pavimento nessuno può togliertelo. Tra la signora “sputasangue”, la vecchia mamma di Levi, il rozzo ed egoista Rosso e altri personaggi, dormiamo con Ranek e Sara. Scopriamo la brutalità dei prigionieri, sì perché persone che non hanno più una casa, che non possono circolare liberamente per strada e non possono curarsi, sono a tutti gli effetti dei carcerati. Non ci si guarda più in faccia, quasi anche noi facciamo fatica ad immaginare la faccia di Ranek che per fortuna ci viene descritta molto bene dalla vicina di pavimento, Sara:

Quando ha gli occhi chiusi non sembra poi tanto vecchio, pensa. Sono gli occhi tristi a dare quell’impressione. Ha delle profonde zampe di gallina che gli arrivano alle tempie e i segni della sofferenza impressi nelle lunghe rughe tra naso e labbra, ma quelle ormai le ha tanta gente giovane, ci siamo abituati. La colpisce che, nel sonno, la bocca di lui non le appaia comune, banale come la sera prima. Indugia sui capelli radi da cui traspare la cute sudicia e si volta dall’altra parte, disgustata.

Ogni giorno bisogna cercare di uscire per conquistarsi un pezzo di pane, qualche pera e Ranek con la sua pellaccia dura  e la sua insistenza, riesce quasi sempre a portare “a casa” qualcosa. Sono tutti pelle ossa, non c’è più pudore o gentilezza. Non c’è differenza tra uomini e donne, bambini o ragazzi. Le cose però cambiano quando arriva Debora, moglie di Fred, fratello di Ranek. E’ lei a portare la luce nella Notte. Qui sì che il nostro protagonista riacquista l’umanità. Debora è religiosa, Debora non ha mai abbandonato il marito, non si è mai tirata indietro quando qualcuno aveva bisogno. I due saranno protagonisti di una scena di autentica felicità, già perché la felicità può anche arrivare all’inferno.

– Resto con te.
– Sempre? – sussurrò Debora.
– Sì, sempre.
– E se beccano uno dei due?
– Non succederà – rispose lui. – Senz’altro no. D’ora in poi ci facciamo beccare solo insieme… solo insieme… facile, no? Ci facciamo beccare insieme.
– E se uno dei due si ammala?
– Contagerà anche l’altro, così saremo malati tutti e due. Facilissimo… vedi…sempre insieme. Io e te. Noi due. Sempre insieme.
– Sì, Ranek, sempre. E se uno dei due muore?
– Di questo è meglio non parlare – disse lui.
– Perché di colpo sono così felice, Ranek? Lo so… non ne ho il diritto… dopotutto quello che è successo qui da noi. Ma sono felice lo stesso. Perché, Ranek? Dimmelo, perché?
– Non lo so – disse lui. – Sei davvero felice?
– Sì. Tanto. Tantissimo. E tu?
– Sì – disse lui. – Anch’io. E non so perché. – Pensò: perché mentiamo? Non siamo felici. Oppure sì? Siamo felici? Davvero?

La parte in cui Ranek con quelle mani, nodose, sporche, doloranti accarezza i capelli pieni di nodi di Debora mi fa venire i brividi:

– Sono ancora come seta – disse lui. – E tu sei bella, sai, ho sempre visto che eri bella. Ma non lo sapevo fino in fondo, lo intuivo. Adesso invece lo so. Adesso lo vedo davvero.

Notte - Edgar Hilsenrath - VolandSono tanti i personaggi che conquistato la scena, dal compagno del dormitorio Sigi, alla prostituta Betti, fino ad arrivare al barbiere, passando per la bimba Stella. Ognuno ha la sua storia sulle spalle: una storia di fame, sofferenza e violenza.

Le donne sono tragicamente in difficoltà: o sono costrette a prostituirsi o si offrono per ottenere in cambio qualcosa, briciole che permetteranno loro di sopravvivere forse un’altra giornata. Sono portatrici di vita e di morte allo stesso tempo.

E’ vero, il romanzo è crudo. Ci sono tante scene che disturbano (ma che non mi hanno impedito di continuare), c’è qualcosa di ipnotico nell’osservare questa disumanizzazione che per una volta, come spiega benissimo nella postfazione Paola Del Zoppo, non investe i carnefici, ma le vittime. Non osserviamo con morbosità i comportamenti dei nazisti, dei soldati o di chi si trova in una posizione predominante: la morbosità è tutta per le vittime che sono – chiaramente senza alternative visto il particolare contesto – senza morale. Odiano, rubano, stuprano, minacciano e scherzano in maniera macabra, sotto ai nostri occhi. Tutto in nome della sopravvivenza. E a me, non pare poco.

Notte è…

Un viaggio nella disperazione. Ci sono immagini che non vi lasceranno più. Non c’è alternativa. Ranek è un farabutto che ruba le scarpe a un moribondo, che si fa donare l’anello nuziale da una disperata, che getta un cadavere giù dalle scale ma… è anche un uomo a cui è stato tolto tutto, compresa la dignità.

Hilsenrath ha lavorato a questo romanzo per tredici anni e ha inserito degli elementi autobiografici. Le scene infatti sono dure ma non prive di emozioni. Le conversazioni spesso sono ridotte all’osso e quella stanchezza pervade anche noi, gli sguardi  così oggettivi  che immortalano cadaveri e soprusi nascondono in realtà i sentimenti di chi osserva,  e ancora l’impotenza di Ranek è la vincita della morte che si palesa e si prende gioco di un uomo ridotto a un mucchio di ossa.

Lo stile, tradotto da Roberta Gado, è particolarissimo perché difficile da incasellare e perché sembra in continuo mutamento, a seconda della situazione o dei sentimenti di quel momento particolare. Io sono rimasta folgorata, è senza dubbio una delle letture più belle mai fatte. La crudeltà non risparmia il lettore ma d’altra parte la letteratura  non può sempre rassicurarci.

Consigliato per chi ha voglia di una lettura impegnativa e non soltanto per non numero di pagine (sono più di cinquecento) ma per tematica. Probabilmente vi basteranno poche righe per innamorarvi o per abbandonare Notte e anche se Ranek sarebbe da odiare o forse compatire, finirete per amarlo. Perché la verità è che alla domanda: “come ci saremmo comportati noi? Saremmo stati Debora o Ranker?” , ecco a quella domanda ,non vorremmo mai rispondere.

 

five-stars

Alcune note su Edgar Hilsenrath

Nato a Lipsia nel 1926, ebreo d’origine orientale, fugge in Romania con la famiglia per sottrarsi alla minaccia nazista. Internato in un ghetto ucraino fino al 1944, nel 1951 si imbarca per gli Stati Uniti, dove rimane per oltre trent’anni, prima di rientrare in Germania e stabilirsi definitivamente a Berlino. La sua opera è ispirata dall’esperienza della guerra e della shoah, e la sua scrittura cruda e irriverente, giudicata spesso amorale, ha suscitato a lungo polemiche soprattutto in Germania. I suoi libri, di cui alcuni pubblicati negli Stati Uniti e soltanto diversi anni dopo in lingua originale, sono ormai best seller tradotti in tutto il mondo.

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