RECENSIONE: Autunno tedesco (Stig Dagerman)

RECENSIONE: Autunno tedesco (Stig Dagerman)Valutazione: three-half-stars

Autunno tedesco di Stig Dagerman
Traduttore: Massimo Ciaravolo
Pubblicato da: Iperborea il 31 gennaio 2018
Pagine: 160
ISBN: 8870914895
ASIN: B079RLTW5HAcquista il libroAcquista ebook

La trama

Ogni libro di Dagerman ci costringe a mettere in dubbio le verità ricevute e a guardarci allo specchio, come individui, come società, ma soprattutto come esseri umani. Ribelle all’ingiustizia in ogni aspetto del vivere e a qualsiasi forma di oppressione, la sua opera conserva una pungente attualità, e così la sua riflessione politica e culturale, cui è dedicata questa raccolta di interventi su quotidiani e riviste letterarie e anarchiche. Con una sorprendente capacità di leggere il proprio tempo e prevedere il nostro, con la sua coerenza estrema e irriducibile, Dagerman denuncia le «gabbie» della moderna democrazia, dove un manipolo di poteri decide migliaia di destini, gli interessi dello Stato prevaricano i diritti inalienabili della persona, e la cultura è declassata a «gioco di società», slogan ideologico o anestetizzante di massa. Ma soprattutto rivendica il compito della letteratura di «mostrare il significato della libertà», di scuotere le coscienze per riscattare l’uomo e i suoi valori fondamentali: l’uguaglianza, la difesa dei deboli, la solidarietà. E confessa il suo conflitto di scrittore diviso tra l’impegno sociale e l’inviolabile autonomia dell’immaginazione, che deve seguire liberamente le proprie vie per «toccare il cuore del mondo». Se la politica è definita l’arte del possibile, ovvero dei limiti, del compromesso, della rinuncia alla speranza, Dagerman non può che difendere a gran voce la necessità di una «politica dell’impossibile».

 – Inaspettato – 

Autunno tedesco di Stig Dagerman (Iperborea) è un libro che ho sottolineato parecchio. Sono tantissime le frasi che mi hanno toccato, colpito e che mi sono sembrate fondamentali.  A colpirmi  è stata soprattutto una frase, o meglio la parte di una frase, riportata in copertina.

Un giornalista non lo sono diventato ancora e, per quanto ne so, non lo diventerò mai. Non ho voglia di acquisire tutte le deplorevoli qualità che costituiscono un perfetto giornalista. Faccio fatica a capire quelle persone che incontro negli hotel che gli alleati mettono a disposizione della stampa, persone secondo cui un piccolo sciopero della fame è più interessante della fame di molti. I tumulti per la fame sono sensazionali, ma la fame non è sensazionale e quel che pensa la gente affamata e amareggiata diviene interessante solo quando la povertà e l’amarezza esplodono in una catastrofe. Il giornalismo è l’arte di arrivare troppo tardi il più in fretta possibile. Io non la imparerò mai.

Da giornalista mi sono sentita chiamata un po’ in causa e così l’ho comprato, un po’ per sfida e un po’ perché l’argomento mi incuriosiva. Dagerman ha realizzato dei veri e propri reportage con il cuore in mano. Il suo viaggio è tra le macerie delle città tedesche. Siamo nel 1946 e il quotidiano  Expressen gli ha affidato il compito di visitare le città bombardate dagli alleati: Amburgo, Berlino, Hannover, Dusseldorf, Essen, Colonia, Francoforte, Heidelberg, Stoccarda, Monaco, Norimberga e Darmstad.

Dagerman, non ci, e non si, risparmia nulla. Descrive ciò che vede, prendendo delle chiare posizioni. La Germania è costretta a pagare il peso della sconfitta, questa nazione deve pagare per tutto quello che è successo. Nell’immaginario collettivo è incredibile che qualcuno possa dire: “Si stava meglio quando c’era il nazismo”. Eppure, quando un cittadino qualunque è costretto a soffrire la fame, a non avere una casa, a non riuscire a mandare a scuola i figli, è davvero possibile stupirsi di fronte a questa affermazione? Dagerman con molta lucidità ribalta le convinzioni comuni dell’epoca.  Il mondo non si divide in bianco e nero, e lo svedese riesce a dimostrarlo con una chiarezza disarmante.

Tutti qui dentro sappiamo come si faceva a diventare una SS. Qualcuno diceva: Tu, Karl, che sei alto un metro e ottanta, andrai nelle SS, e Karl entra nelle SS. Tutti combattono per la propria patria e la ritengono una cosa ammirevole, perchè noi dobbiamo essere puniti dopo aver combattuto per la nostra Germania?

Il nostro viaggio ci porta a guardare in faccia queste persone che hanno perso tutto. Accampate sui treni, tra le macerie, a caccia di patate o peggio ancora di bucce di patate. Città e persone che sono diventate irriconoscibili. Due generazioni ormai perdute.

I ventenni gironzolano per le stazioni delle piccole città fino a quando fa buio, senza avere un treno o qualcosa d’altro da aspettare. Qui si assiste a piccoli, disperati tentativi di furto da parte di adolescenti nervosi che buttano fieramente all’indietro il ciuffo con un colpo di testa quando vengono presi, si vedono ragazzine brille che si attaccano al collo di soldati alleati e se ne stanno quasi sdraiate sui divani delle sale d’aspetto in compagnia di negri ubriachi. Nessuna gioventù ha mai vissuto un simile destino, dice un famoso editore tedesco in un libro scritto su questi giovani e per questi giovani. Hanno conquistato il mondo a diciotto anni, e a ventidue hanno perso tutto.

Si arriva così allo scontro generazionale tra chi ha conosciuto solo la dittatura e i vecchi che hanno voluto il nazismo. Un altro vicolo cieco, dopo quello che divide il mondo tra sconfitti e vincitori, dal quale difficilmente si potrà uscire.

Nelle riflessioni di Dagerman troviamo anche quelle che riguardano l’analisi storica. I fatti sono molto freschi ed è difficile collocarli nella giusta prospettiva per riuscire ad effettuare un’analisi corretta: “La realtà deve diventare vecchia per poter essere reale”.

Autunno tedesco è…

In questa recensione ho preferito far parlare il libro stesso e io sono rimasta un passo indietro. E’ senza dubbio un reportage accurato, con la giusta dose di sentimento. E’ impossibile non provare empatia per quelle persone devastate, anche se sono tedesche, anche se si sono macchiate del crimine chiamato “nazismo”.

Consigliato a chi ama la storia ma anche a tutti quelli che hanno voglia di scoprire posizioni nuove su fatti datati. La scrittura è scorrevole, potrebbero benissimo essere dei racconti inventati, anche se purtroppo, non lo sono.

three-half-stars

Alcune note su Stig Dagerman

Stig Dagerman

Nato nel 1923, segnato da una drammatica infanzia, considerato il “Camus svedese”, in perenne rivolta contro la condizione umana, anarchico viscerale cui ogni sistema va stretto, militante sempre dalla parte degli offesi e umiliati, incapace di accontentarsi di verità ricevute, resta nella letteratura svedese una di quelle figure culto che non si smette mai di rileggere e di riscoprire. Dal 1946 scrisse quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti, articoli, sceneggiature di film, che continuano a essere tradotte e ristampate. Bloccato da una lunga crisi creativa e angosciato dal peso delle enormi aspettative suscitate dal suo talento, si uccise nel 1954.

One Comment

Rispondi