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RECENSIONE: Yoga (Emmanuel Carrère)

Yoga - Emmanuel Carrere - Adelphi
RECENSIONE: Yoga (Emmanuel Carrère)

Yoga

Valutazione:
three-half-stars
Autore:
Traduttore:
Data uscita:
24/05/2021

Pagine:
312
Genere:
ISBN:
8845935752
ASIN:
B0957PBPBN
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La trama

La vita che Emmanuel Carrère racconta, questa volta, è proprio la sua: trascorsa, in gran parte, a combattere contro quella che gli antichi chiamavano melanconia. C’è stato un momento in cui lo scrittore credeva di aver sconfitto i suoi demoni, di aver raggiunto «uno stato di meraviglia e serenità»; allora ha deciso di buttare giù un libretto «arguto e accattivante» sulle discipline che pratica da anni: lo yoga, la meditazione, il tai chi. Solo che quei demoni erano ancora in agguato, e quando meno se l’aspettava gli sono piombati addosso: e non sono bastati i farmaci, ci sono volute quattordici sedute di elettroshock per farlo uscire da quello che era stato diagnosticato come «disturbo bipolare di tipo II». Questo non è dunque il libretto «arguto e accattivante» sullo yoga che Carrère intendeva offrirci: è molto di più. Vi si parla, certo, di che cos’è lo yoga e di come lo si pratica, e di un seminario di meditazione Vipassana che non era consentito abbandonare, e che lui abbandona senza esitazioni dopo aver appreso la morte di un amico nell’attentato a «Charlie Hebdo»; ma anche di una relazione erotica intensissima e dei mesi terribili trascorsi al Sainte-Anne, l’ospedale psichiatrico di Parigi; del sorriso di Martha Argerich mentre suona la polacca Eroica di Chopin e di un soggiorno a Leros insieme ad alcuni ragazzi fuggiti dall’Afghanistan; di un’americana la cui sorella schizofrenica è scomparsa nel nulla e di come lui abbia smesso di battere a macchina con un solo dito – per finire, del suo lento ritorno alla vita, alla scrittura, all’amore. Ancora una volta Emmanuel Carrère riesce ad ammaliarci, con la «favolosa fluidità» della sua prosa («Le Monde») e con quel tono amichevole, quasi fraterno, che è soltanto suo, di raccontarsi quasi che si rivolgesse, personalmente, a ciascuno dei suoi lettori.

 – Confessione –

Yoga di Emmanuel Carrère (Adelphi edizioni) è stato il libro giusto che mi ha fatto tornare a respirare. Avevo una pila di libri in attesa che per la prima volta in vita mia non provocava felicità ma ansia. Ho scelto così di non acquistare libri per un mese e a pochi giorni dal traguardo ho capito che no, non avrei resistito fino alla fine perché avevo bisogno di Yoga, avevo bisogno di Carrère.

Yoga - Emmanuel Carrere - AdelphiYoga è un libro molto difficile da raccontare. Come al solito ci troviamo di fronte a un romanzo che si mescola alla vita di questo scrittore che per la prima volta mi ha fatto una grande tenerezza. Sì, anche qui lo scrittore ha un ego particolarmente ingombrante, sì anche qui il soggetto del libro è sempre lui ma qui Emmanuel si è denudato mostrandosi solo e sopraffatto. Gli ho voluto bene come si vuole bene a una persona problematica che fa parte della famiglia.

Yoga doveva essere in origine un libro sullo yoga appunto, e la prima parte in un certo senso lo è. Ma la vita scombina sempre i piani di Carrère e i nostri. Così questo libricino che prova a definire la disciplina si trasforma in una lunga confessione, un grido, una richiesta di aiuto.

Quando Emmanuel (e concedetemi di chiamarlo per nome) è immerso nel seminario Vipassana viene richiamato nel mondo reale per via dell’attentato a Charlie Hebdo. Da lì il libro cambia radicalmente forma e registro.

Se adesso mi ostino a scrivere questo libro, ovvero la mia personale versione di quei libri di autoaiuto che si vendono così bene, è per ricordare ciò che i libri di autoaiuto raramente dicono: che i praticanti di arti marziali, i seguaci dello zen, dello yoga, della meditazione, di tutte queste discipline sublimi, fulgide e benefiche a cui da sempre faccio la corte, non sono necessariamente né saggi né tranquilli, né tantomeno sereni e in pace con se stessi; ma a volte, anzi spesso, sono come me drammaticamente nevrotici, e che però non importa, perché, come diceva Lenin, bisogna “lavorare con il materiale a disposizione”, e allora, anche se non ci conduce da nessuna parte, facciamo bene a ostinarci, nonostante tutto, a percorrere questo cammino.

Carrère lega le nozioni dello Yoga al dolore per la perdita dell’editore, le mescola a una relazione sessuale intensa e indimenticabile, fino ad arrivare alla depressione e alla malinconia. Dando vita a un libro variegato, in alcune parti un po’ alienanti e ricco di interrogativi. Difficile credere che questo Carrère sia lo stesso de L’avversario o de La settimana bianca.

Noi siamo puro caos, confusione, siamo una poltiglia di ricordi e paure e fantasie e vane aspettative ma dentro di noi c’è qualcuno di più tranquillo, che vigila e riferisce.

Yoga - Emmanuel Carrere - AdelphiYoga è in un certo senso puro caos. Per questo non lo consiglierei a chi non ha mai letto nulla di questo scrittore. Bisogna arrivarci pronti, bisogna aver già capito se amate o odiate Carrère. Perché no, non ci sono vie di mezzo.

Non lo so se c’è davvero un lieto fine in Yoga. Penso che Carrère non riuscirà mai a  liberarsi dei suo demoni, ma credo anche che non smetterà mai di cercare la luce, l’amore, la rinascita.

So che Yoga, ancora una volta, ha diviso il pubblico. Io personalmente l’ho amato nella sua ripetitività, l’ho immaginato come il frutto della depressione di Carrère, ho creduto fosse una lunga confessione e per questo forse l’ho compreso.

Le pagine in cui Carrère racconta la depressione sono intensissime. Quando il giornalista si reca a casa sua per l’intervista, mi si è stretto il cuore. La stessa cosa evidentemente è successa davvero anche al giornalista che racconta il giro in motorino con una tenerezza inaspettata:

«Sarebbe stato molto più facile se fossimo stati amici.non sarei stato costretto a irrigidirmi per mantenere la distanza tra noi, avrei potuto tenermi a lui, non è certo il comportamento che ci si aspetta da parte di un giornalista nei confronti della persona che è venuto a intervistare, ma mi dico che in fondo è proprio quello che avrei dovuto fare: abbracciare quell’uomo così infelice».

La depressione di Carrère che viene raccontata senza filtri e senza quasi personaggi di spalla è fondamentale in Yoga. Poco importa quali siano gli elementi di finzione e quali quelli reali. Di fatto abbiamo di fronte un uomo che affronta l’eletrroshock nella speranza di guarire, di tornare a sorridere. E che cerca un “padre”, una guida per affrontare un dolore che è lui stesso a procurarsi.

«Quello che sta vivendo è orribile: bene. Lo viva. Vi aderisca. Sia quell’orrore. Se deve morirne, ne morirà. Non cerchi né ragioni né mezzi per uscirne. Non faccia niente, lasci perdere: solo così può verificarsi un cambiamento». In altre parole: mediti, perché la meditazione è questo.


Yoga è…

Confessione. Ma è anche dolore, meditazione, speranza. Yoga è un libro in cui viene contenuto di tutto: realtà, invenzione, pillole di yoga, attualità. Ma la verità è che non so come definirlo, posso solo dire che questo romanzo mi ha fatto tornare la voglia di leggere e di non pensare perché ho fatto come c’è scritto: mi sono abbandonata e ho lasciato che l’angoscia del momento mi attraversasse senza travolgermi.

Forse questo non è il miglior Carrère e capisco chi critica quest’insieme di impressioni a tratti allucinante ma io non posso far a meno di amare anche questo.

Trent’anni a perseguire la calma e la profondità strategica, trent’anni a raccontarmi la mia vita come un progressivo sottrarmi alla confusione e costruire con pazienza uni stato di meraviglia e serenità, trent’anni in cui ci ho creduto davvero, nonostante i cedimenti e i periodi di depressione, è proprio quando ero giunto al traguardo, all’approssimarsi della vecchiaia, quando avevo una casa, una famiglia, tutto per essere saggio e felice, mi ritrovo solo, accoccolato in posizione fetale in un letto a una piazza, nella casa vuota di una donna sola e perduta, partita anche lei senza lasciare un indirizzo per chissà quale posto dell’emisfero meridionale. Non è un granché come bilancio. Non è una buona pubblicità per lo yoga. Ma sbaglio a dire questo: lo yoga non c’entra niente, il problema sono io. Lo yoga tende all’unità, e io sono troppo diviso per raggiungerla.

Consigliato per chi non ha paura di abbandonarsi a una storia strana, imprevedibile, reale.

three-half-stars

Alcune note su Emmanuel Carrère

Emmanuel Carrère

Emmanuel Carrère è scrittore, regista e sceneggiatore francese.
Laureato all’Istituto di Studi Politici di Parigi, è figlio di Louis Carrère e della sovietologa e accademica Hélène Carrère d’Encausse, prima donna ad essere eletta nell’Académie française, figlia di immigrati georgiani che fuggirono la Rivoluzione russa.
I suoi esordi sono stati nella critica cineatografica, per «Positif» e «Télérama». Il suo primo libro, Werner Herzog, un saggio, è stato pubblicato nel 1982.
Il suo esordio come romanziere risale invece al 1983: è L’amico del giaguaro, pubblicato da Flammarion. Il successivoBravura (1984, in Italia pubblicato nel 1991 da Marcos y Marcos), invece, è stato pubblicato da POL, editore con il quale da allora non ha più interrotto i rapporti. Nel 1986 è uscito Baffi (da cui nove anni dopo lo stesso Carrère ha tratto l’omonimo film), nel 1988 Fuori tiro, nel 1995 La settimana bianca, nel 2000 L’avversario, nel 2002 Facciamo un gioco, nel 2007 La vita come un romanzo russo, nel 2009 Vite che non sono la mia e nel 2012 Limonov (con il quale vince il Prix Renaudot).
Tradotta in Italia dal 1996 al 2011 per l’editore Einaudi, che ne ha pubblicato 5 titoli, l’opera di Carrère viene rilanciata nel 2012 da Adelphi con la biografia del controverso personaggio Limonov, finalmente bestseller di vendite, e la ripubblicazione delle opere precedenti.
Nel 2015 sempre per Adelphi esce Il regno, a cui seguono A Calais (2016), Io sono vivo, voi siete morti (2016), Propizio è avere ove recarsi (2017), Un romanzo russo (2018).

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3 COMMENTI

  • Franco Palmieri

    Tutti i libri hanno una loro bellezza, come la vita. La cosa più bella della vita è avere l’amore. Yoga è un’esercitazione e un tentativo di assentarsi, avendo le comodità da cui distanziarsi. Solo in questo caso puoi permetterti di regredire entro te stesso.Il pragmatismo di Lenin qui è un ricorso compiaciuto, è ovvio che si può agire solo sulla realtà. L’ingenuità di Carrere come persona consiste nel non potersi configurare come un clochard, un barbone, un nullatenente. E’ da questa disperazione, tipica dell’occidentale opulento, che può nascere il racconto della verità dell’essere senza esserci. Perciò la sincerità di quasi tutti i libri è una fiction, un falso autentico che è speculare ad una realtà sconosciuta. Come si può penetrare in sé senza avvertire la presenza del modello cui si aspira. E’ necessario un conflitto, non una nevrosi, e per giunta costruita. La cronaca, la violenza,il sesso, sono accessori,i soliti.

  • Milena

    Ho trovato questo libro un po’ furbo, un titolo che è fuorviante e riporta Carrere a Carrere.
    In alcuni passaggi davvero noioso.
    Anche dalla celebrazione del suo dolore si evince quanto sia agito e quanto gli piaccia crogiolarsi in questo.
    Una delusione

  • Milena

    Ho trovato questo libro un po’ furbo, un titolo che è fuorviante e riporta Carrere a Carrere.
    In alcuni passaggi davvero noioso.
    Anche dalla celebrazione del suo dolore si evince quanto sia agito e quanto gli piaccia crogiolarsi in questo.
    Una delusione

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