RECENSIONE: La macchina in Corsia Undici (Charles Willeford)

RECENSIONE: La macchina in Corsia Undici (Charles Willeford)Valutazione: three-stars

La macchina in Corsia Undici di Charles Ray Willeford
Traduttore: Matteo Codignola
Pubblicato da: Adelphi il 2007
Genere: Fiction, Thrillers, Suspense
Pagine: 70
ISBN: 9788845921674Acquista il libro

La trama

Il terrore attraverso l'elettroshock, come nessuno ha mai osato raccontarlo. Un classico dimenticato della narrativa nera.

 -Sorprendente –

La macchina in Corsia Undici di Charles Willeford (Adelphi) è un breve racconto che lascia addosso una sensazione di inquietudine difficile da scacciare. Comprato alla Fiera del libro di Genova, mi ha convito la quarta di copertina: “Il terrore attraverso l’elettroshock, come nessuno ha mai osato raccontarlo”.

Un classico dimenticato della narrativa nera. Anche questa volta non mi sono trovata davanti quello che mi aspettavo. Blake è ricoverato in quello che sembra un manicomio, le sue conversazioni con l’infermiere Ruben sembrano surreali e subito ho provato uno slancio di affetto per quest’uomo che vive come un prigioniero.

Ruben mi piace. È un bravo Cristo. Di notte lascia la porta aperta. Insomma, diciamo che non la chiudo a chiave, la accosta (è una porta accostata mi dà sempre un lieve, e inebriante senso di precarietà), così durante il giro d’ispezione medici e infermieri non si accorgono di nulla. Sono gesti che impari ad apprezzare, in un posto come questo.

L’indomani arriverà la moglie, peccato che lui non si ricordi nemmeno il nome di quella bella donna che per vivere fa l’attrice. Chissà se gli sta raccontando verità o bugie, chissà… chissà se in questo lungo monologo con se stesso Blake troverà una delle risposte alle decine di domande che si pone.

Qual è la chiave di volta de La macchina in Corsia Undici? Non è il classico percorso a ritroso per individuare sbagli o possibilità non intraprese,  non è solo il bilancio di un uomo arrivato a una conclusione agghiacciante: “voglio toccare il fondo”, è qualcosa di diverso, qualcosa che ci spinge a riflettere più profondamente. Per quanto possiamo sentirci lontani dal protagonista, dalle sue scelte, dalla sua condizione, la sua riflessione  ci avvicina a lui. La prova è la conversazione con il medico curante dell’ospedale.

«No, se significa fare un elettroshock non voglio».

«Guarda che non sentirai assolutamente nulla».

«La questione non è il dolore, è che non voglio perdere la memoria. I miei ricordi non saranno un granché, ma non mi rimane altro, e li voglio, li voglio tutti».

«La perdita di memoria è molto lieve, e comunque solo temporanea…».

(…) Quello che ci resta, a fine partita sono i ricordi, e la capacità di ridere della nostra follia, o della nostra stupidità. Altrimenti siamo un pino, una margherita, una rapa, un’alga. Esseri che di giorno vivono soltanto grazie alla fotosintesi, mentre di notte, nella lunga notte, si liberano dell’anidride carbonica.

La macchina in Corsia Undici è…

Sorprendente. Il testo è brevissimo eppure non manca nulla a questo racconto. A colpirmi è stata senza dubbio la nota finale del traduttore Matteo Codignola che alla fine ci svela come leggere il libro:

“Sotto queste frasi ossessionanti, è infatti difficile sentire altro che il riff più persecutorio di tutta la musica recente, fra parentesi scritto solo due anni dopo: se non vi fidate mettete sul piatto il primo movimento di A Love Supreme e cominciate a leggere”.

Consigliato per chi ha voglia di provare un racconto diverso che esce dagli schemi e che inevitabilmente ammalia nonostante la brevità. La penna di Willord ci spinge a guardare il fondo che tanto desidera Blake e noi non abbiamo la forza di distogliere lo sguardo e addirittura facciamo il tifo per lui, quasi senza accorgercene. Non aspettatevi però un racconto propriamente da letteratura nera, non ci sono avvenimenti così cruenti o impressionanti, di nero c’è solo l’abisso nel quale sprofonda la mente di Blake.

Della biblioteca minima  Adelphi ho letto anche  A Calais di Emmanuel Carrère  (Qui trovate la recensione),  La pazza di Itteville di Georges Simenon (Qui trovate la recensione) , Vite congetturali di Fleur Jaeggy (Qui trovate la recensione) e La ballata di Pearl Cook (Qui trovate la recensione).

three-stars

Alcune note su Charles Ray Willeford

Charles Willeford

Charles Willeford nasce in Arkansas nel 1919 e muore a Miami nel 1988. A otto anni, rimasto orfano, si trasferisce a Los Angeles dalla nonna. Trascorre l’adolescenza vagabondando per l’America sui treni merci e a sedici anni finisce per arruolarsi nell’esercito. Durante la Seconda guerra mondiale si distingue come comandante nella 10ª Divisione corazzata e ottiene numerose decorazioni. Ha fatto l’allenatore professionale di cavalli, il pugile, l’annunciatore alla radio e il pittore. Autore di venti romanzi, è conosciuto soprattutto per la sua tetralogia di Miami che vede come protagonista il detective Hoke Moseley: Miami Blues (Feltrinelli, 2017), Tempi d’oro per i morti (Feltrinelli, 2018), Tiro mancino (Marcos y Marcos 2005), Come si muore oggi (Marcos y Marcos 2006). Dalle sue opere sono stati tratti numerosi film e sono inoltre servite da ispirazione a Quentin Tarantino per Pulp Fiction.

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