
Il libro bianco

La trama
È in una tiepida primavera di Seoul, quando le magnolie in fiore parlano di rinnovamento e rinascita, che Han Kang matura l’idea di scrivere un libro sul bianco. Ma solo nel corso di un lungo soggiorno all’estero, mentre vaga per le strade di una città sepolta sotto la neve, il suo progetto comincia a prendere corpo intorno al ricordo della sorella maggiore, morta poche ore dopo la nascita. Narrare la sua storia è un modo di restituirle la vita che non ha avuto, facendole dono di tutte quelle cose bianche, in cui si rivela la «parte di noi che rimane intatta, pulita, indistruttibile a dispetto di tutto». Le prime che Han Kang ci pone sotto gli occhi sono proprio le fasce cucite per la neonata, il camicino che la madre prepara per lei e la bimba stessa, simile a un dolcetto di riso. E bianco sarà tutto ciò che alla sorella la scrittrice offrirà: una zolletta di zucchero, un pugno di sale grosso, il volto della luna, la schiuma delle onde, il respiro che il gelo condensa e rende visibile, la neve – materia «fragile, effimera eppure di una bellezza impetuosa» – e le stelle limpide e fredde della Via Lattea, capaci di «lavare lo sguardo all’istante». Perché la purezza del bianco e il potere curativo delle parole possano lenire il dolore e alleviare la perdita.
– Catartico –
Il libro bianco di Han Kang (Adelphi edizioni) mi ha sorpreso. Non ho volutamente letto nulla prima di immergermi nella lettura, perché non volevo farmi un’idea preconcetta. Volevo entrare a modo mio nella sua scrittura e sono stata catturata fin dalle prime righe.
Il libro bianco è una sorta di libro-diario che cammina sul confine tra la vita e la morte. Perché sì, è un libro sulla morte, ma su quella morte che fa inevitabilmente parte della vita.
Han Kang parte da un’immagine: quella della madre ventiduenne che partorisce una bambina bianca come un dolcetto di riso. Per due ore le sussurra: «Ti prego, non morire», ma alla fine la piccola chiude gli occhi per sempre. Come sarebbe stata la sua vita se fosse sopravvissuta? Han Kang probabilmente non sarebbe mai nata: la vita dell’una esclude necessariamente quella dell’altra.

Se tu fossi ancora viva, io non starei vivendo questa vita. Se sond viva io, non puoi esserlo tu. È solo tra il buio e la luce, solo in quello spiraglio azzurrino, che possiamo scorgerci fugacemente in volto.
Comincia così un flusso di coscienza in cui si mescolano rimpianti, ricordi e sussurri. Il libro bianco è un libro sulla morte, eppure non mi ha lasciato l’angoscia che mi sarei aspettata. Anzi.
Non morire. Ti prego, non morire.
Dischiudo le labbra e mormoro le stesse parole che udisti aprendo i tuoi occhi neri, tu che non potevi ancora capirle. Le scrivo calcando la penna su un foglio bianco. Credo non ci siano parole migliori per dirsi addio. Non morire. Continua a vivere.
Il bianco rappresenta il lutto, ma anche il superamento di un trauma. È insieme culla e tormento. Avvolge ogni cosa, o almeno quelle davvero importanti, ed è destinato a portare pace oppure dolore, a seconda dei casi.
Il libro bianco è meno violento di Atti umani (LEGGI QUI la mia recensione) e più dolce de La vegetariana (LEGGI QUI la mia recensione), ma mi ha conquistato proprio per la sua forza. Ho dovuto dormirci sopra prima di scriverne, perché non avevo le idee chiarissime su ciò che mi aveva lasciato, a parte una pace del tutto inaspettata.
È come se, attraverso questo racconto, fossi riuscita a lasciare andare tante cose brutte che in qualche modo mi portavo dietro. Non pretendo di riuscire a spiegarlo fino in fondo: è una sensazione difficile, forse impossibile, da rendere a parole.
Il libro bianco è dolce come una preghiera e a volte ingiusto come la vita. L’impressione è quella di imbattersi nel diario di una sconosciuta che dopo qualche pagina diventa uno specchio.

Il libro bianco è…
Catartico. Per leggerlo ci vogliono una manciata di ore, per dimenticarlo non basta una vita. Avrei riportato decine di frasi, ma so che vi avrei tolto il piacere della scoperta. Tuffatevi senza troppe domande, il viaggio sarà doloroso ma anche salvifico. O almeno, così è stato per me.
Consigliato a chi è in cerca di un libro forte, introspettivo e profondamente commovente che parla in qualche modo di tutti noi.
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