RECENSIONE: Nato per non correre (Salvo Anzaldi)

RECENSIONE: Nato per non correre (Salvo Anzaldi)Nato per non correre di Salvo Anzaldi
Pubblicato da: CasaSirio il 2019
Genere: Autobiografia, General, Health & Fitness, Diseases, Sports & Recreation, Running & Jogging
Pagine: 288
ISBN: 9788899032531
ASIN: B07RZ3PCVQAcquista il libroAcquista ebook

La trama

È possibile correre i 42 km della Maratona di New York con un ginocchio in titanio e una malattia considerata sinonimo di immobilità? Sì, e ce lo ha dimostrato Salvo Anzaldi, il 1 novembre 2015. Salvo è un giornalista, un appassionato di calcio e un fan sfegatato di Bruce Springsteen. Ma soprattutto Salvo è emofilico. Questo vuol dire che anche la caduta più banale può avere conseguenze molto serie: i versamenti delle articolazioni portano le cartilagini a consumarsi e le ossa a modificarsi, e mentre il dolore aumenta le possibilità di movimento diminuiscono. La cosa migliore, per Salvo, sarebbe stata vivere una vita al riparo da ogni possibile trauma. Quella che racconta in questo libro, però, è una storia diversa, la storia di una persona che non ha mai voluto rinunciare a nulla, neanche a una singola, devastante partita di calcetto, a un viaggio dall'altra parte del mondo o, perché no, a essere il primo emofilico a correre la maratona più famosa al mondo. Una corsa per dimostrare a se stesso e a ogni singolo emofilico che nessuna sfida è troppo grande da non poter essere affrontata e che, se ci credi, puoi arrivare dove non avresti mai nemmeno osato sognare.

 – Lotta – 

Nato per non correre di Salvo Anzaldi (CasaSirio) è prima di tutto una storia autobiografica, è il racconto di come si possano oltrepassare limiti mentali e fisici. E’ un inno alla caparbietà, alla determinazione, alla rivincita.

Anzaldi è un giornalista ma in Nato per non correre è prima di tutto un  bambino che fa avanti e indietro dagli ospedali. Le ferite banali causano tanti problemi a Salvo. Ci vorranno più di otto anni di vita ma poi la diagnosi arriverà: emofilia. E’ quella che provoca dolore, ferite che non si riescono a rimarginare. Esistono diversi gradi, lo spiega molto bene l’autore con una leggerezza e con una semplicità invidiabile, di questa malattia.  Ma il fattore determinante per Salvo non è stato quello, quanto piuttosto la presenza di una mamma senza ansia.  Una mamma che gli ha sempre detto: “fai come ti senti”.

E così trascorrono gli anni della scuola, alle elementari è più facile, tutti sanno della malattia di Salvo e si comportano di conseguenza, alle medie è diverso: per non fare attività fisica ci vuole un certificato e le domande  di compagni e insegnanti si moltiplicano… “meno ti muovi… meglio è”. Ma il nostro protagonista è caparbio e soprattutto ama il calcio, ed è difficile, se non impossibile, rinunciare alle partite con gli amici.  A costo di sopportare acciacchi e difficoltà… Sulle note di Springsteen, accompagniamo Salvo tra partite di calcio (quelle viste in tv) e trasferte giornalistiche (ha lavorato in un giornale che conosco molto bene, La Riviera di Sanremo)  e dolori alle ginocchia, caviglie e punture per curarsi. Sì, perché nel frattempo i protocolli si aggiornano e i pazienti cominciano ad avere più libertà di azione per curarsi. E’ vero, l’autore non perde mai l’ironia, eppure ci sono passaggi che mi hanno stretto il cuore.

“Come hai fatto in tutti questi anni con quei buchi nelle vene?”

Nessuno mai avuto l’idea di chiedermi cosa significhi una limitazione motoria negli anni dell’infanzia o dell’adolescenza oppure cosa comporti a livello relazionale e sociale la convivenza forzata con articolazioni imperfette e – per circa un decennio –  spettri di malattie  terribili. Invece mi hanno domandato più volte dei buchi nelle vene. Preceduta da un imbarazzato preambolo (“Posso chiederti una cosa?”) e posta come se nella risposta potesse nascondersi tutto il dolore dell’universo, la domanda ha sempre cerato un attestato di stima dalle motivazioni fin troppo chiare e angosciate: “Come hai fatto in tutti questi anni con quei buchi nelle vene? Ti avranno come minimo scambiato per un drogato”. No, non è mai stato un problema. Il motivo per cui le mie braccia erano sforacchiate come il bersaglio del tirassegno lo sapevo io lo sapevano le persone a me più vicine. Tanto bastava.

Nato per non correre - Salvo Anzaldi - CasasirioGli anni passano e sappiamo che il protagonista ha appeso le scarpette da calcio al chiodo, ha una compagna  e riesce persino a vincere il Premio Saint – Vincent di Giornalismo e viene premiato da Ciampi in persona.

Una vita piena di soddisfazioni e senza “nonostante”. Ma un bel giorno la vita di Salvo, e non solo la sua, cambierà per sempre: Vuoi partecipare alla maratona di New York?”.

A Salvo viene chiesto di compiere un’impresa. Per partecipare alla corsa più famosa del mondo ci vogliono impegno, dedizione e tanti sacrifici. Una preparazione stancante… una missione importante. E così seguiamo la preparazione del protagonista: tra escursioni in montagna, paure della discesa, corse e crampi. Una sorta di Rocky (mi riferisco in particolare al quarto tra la neve della Russia) che prende i propri limiti e un passo alla volta li sbriciola.

I corridori affetti da emofilia si preparano per dimostrare a grandi e piccini che si può condurre una vita normale.  Non mancano i momenti di paura, di  debolezza, ma la determinazione è più forte di ogni “contro” presente sulla lista. Le pagine degli allenamenti corrono veloci e in un baleno ci ritroviamo nella Grande Mela:

Pronti via e al terzo chilometro, in prossimità di una curva a sinistra un altoparlante spara a tutto volume “Born To Run”. Bruce canta «I wanna die with you Wendy in the streets tonight in an everlasting kiss» e lascia al sassofono di Clarence che riempie l’aria, provoca un enorme groppo in gola e mi dà la sentenza definitiva: la Maratona di New York va goduta attimo per attimo, è il premio straordinario a un anno di durissimo lavoro ed è bene portarlo a casa lasciandosi trasportare dall’onda. Il cronometro può attendere.

Nato per non correre è…

Una lotta, o meglio, il suo simbolo. Tutti noi nella vita abbiamo combattuto battaglie più o meno difficili, o forse ne stiamo combattendo una, l’importante è farlo sempre nel modo giusto.  Anzaldi ha corso la maratona nel 2015 e ci racconta la sua esperienza con un linguaggio semplice e coinvolgente. Dalla prima riga capiamo che Nato per non correre è soprattutto un libro divertente. Ci sono tantissime battute, altrettanti riferimenti al calcio e alla musica che mi hanno fatto sentire Anzaldi molto vicino, uno su tutti la professione. Il messaggio è bellissimo, lo scopo anche: con la giusta attenzione si può fare tutto. Mai arrendersi.

Non sono andata oltre le tre stelle non perché non abbia apprezzato il libro, anzi. Ma avrei voluto leggere più dialoghi (Nato per non correre è come una lunga conversazione con l’autore) e sapere di più dei rapporti personali instaurati da Anzaldi durante la sua esperienza e invece Salvo, proprio come è arrivato, è corso via, lasciandomi ancora qualche domanda, ma soprattutto la sua bellissima storia.

Consigliato per gli amanti delle storie vere, per chi ama la corsa e per chi, come me la odia, Nato per non correre è la storia di tutti noi.

Alcune note su Salvo Anzaldi

Salvo Anzaldi

Salvo Anzaldi è nato nell’estate del ’69 ed è iscritto all’Ordine dei giornalisti da quella dell’89. Ha lavorato per oltre vent’anni nei giornali (nazionali e locali) maturando in seguito importanti esperienze di comunicazione istituzionale, soprattutto in ambito sanitario. Bulimico di libri, rock e pallone, ha giurato a sua figlia di 12 anni che la pietra filosofale si trova sotto il prato di San Siro, proprio dove si incontrano un riff di Bruce Springsteen e una sgroppata di Javier Zanetti. Docente di “Tecniche del linguaggio giornalistico” e di “Ufficio stampa in ambito pubblico” all’Università del Piemonte Orientale, Salvo Anzaldi ha vinto nel 2005 il Premio Saint-Vincent di Giornalismo con un reportage sulle vacanze valdostane di Papa Giovanni Paolo II e pubblicato tra 2010 e 2011 due volumi: “Fuori dal Comune”, storia della Tangentopoli torinese legata alla costruzione del centro commerciale ‘Le Gru’ e “Idil, la perfetta”, toccante racconto-verità della bambina somala venuta al mondo a Torino dalla mamma clinicamente morta.

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