
Il cuore d’inverno
La trama
Ottobre 1891. Butte, nel Montana, è una cittadina mineraria dilaniata dal vizio e dalla dissolutezza di una folla di lavoratori irlandesi immigrati. Tra loro c’è Tom Rourke, giovane poeta e cantautore, ma anche tossicodipendente, alcolizzato e temibile degenerato. Si è lasciato alle spalle un passato oscuro e lavora per lo studio del fotografo locale; nel frattempo compone per i suoi compatrioti ballate, versi, lettere romantiche e forbite indirizzate alle loro amate. Proprio quando Tom inizia a pensare che la sua vita sia giunta a un punto morto, arriva in città Polly Gillespie, la novella sposa di Anthony Harrington, capitano di miniera nonché uomo estremamente devoto. Tra Tom e Polly scoppia un amore fulmineo e, dopo alcuni incontri clandestini, i due decidono di fuggire insieme. Partono così su un cavallo rubato, diretti verso ovest attraversano le terre desolate del Montana e dell’Idaho con l’idea di rifarsi una vita a San Francisco. Per un momento vivono un idillio di selvaggio romanticismo, ma una banda di pistoleri squilibrati assoldata da Harrington si mette presto sulle loro tracce… Tom e Polly hanno tutto da perdere, e la salvezza di San Francisco è ancora lontana come un puntino all’orizzonte: le scelte che faranno li perseguiteranno per il resto della vita.
– Una ballata dell’assurdo –
Il cuore d’inverno di Kevin Barry (Fazi editore) è stata una lettura strana, difficile da mettere a fuoco e ancora più difficile da raccontare. Non posso dire che mi abbia conquistata, ma nemmeno che mi abbia lasciata indifferente. Ci sono libri che, una volta terminati, trovano immediatamente il proprio posto; questo, invece, continua a sfuggirmi.
Siamo nel 1891 a Butte, nel Montana, una cittadina mineraria abitata soprattutto da immigrati irlandesi. È un luogo duro e dissoluto, attraversato dall’alcol, dalla droga e dalla violenza. Qui vive Tom Rourke, poeta, autore di canzoni, assistente di un fotografo e scrittore di lettere per quei minatori che non possiedono le parole necessarie per rivolgersi alle donne lontane. Tom è anche un alcolizzato, un consumatore di oppio e un uomo che sembra aver smesso da tempo di aspettarsi qualcosa dalla vita.

Tutto cambia quando nello studio fotografico entra Polly Gillespie, arrivata a Butte per sposare Anthony Harrington, capitano di miniera estremamente religioso conosciuto per corrispondenza. Il matrimonio si rivela subito molto diverso da ciò che Polly aveva immaginato e l’attrazione tra lei e Tom è immediata. Bastano pochi incontri clandestini perché i due decidano di fuggire insieme. Rubano un cavallo e partono verso la California, convinti di poter raggiungere San Francisco e cominciare una nuova vita. Alle loro spalle, però, viene mandata una banda di pistoleri e quella che sembrava una fuga romantica si trasforma rapidamente in un viaggio disperato attraverso il Montana e l’Idaho.
Tom e Polly sono due protagonisti singolari. Non sono eroi, non sono innocenti e non sembrano avere un vero piano. Mentono, rubano, tradiscono e si comportano spesso come se il sentimento che li unisce potesse proteggerli dalle conseguenze delle loro azioni. Sono due persone irrisolte che cercano l’una nell’altra non soltanto l’amore, ma soprattutto una via di fuga.
«Cerca di non farsi trascinare dal passato perché il passato è come un fiume e ha una tale potenza che rischi di farti inghiottire. E comunque il passato non è mai fermo. Non è qualcosa di fisso e certo e almeno questo l’ha imparato. Il passato cambia tutto il tempo a ogni minuto a ogni respiro e come cazzo fai a capirci qualcosa».
È forse questa la frase che racchiude meglio il romanzo. Tom vorrebbe sottrarsi al proprio passato, ma il passato continua a cambiare forma e a inseguirlo. Anche la California, più che una destinazione concreta, diventa la promessa quasi irreale di un’esistenza diversa. Tom e Polly corrono verso un futuro che non conoscono mentre tutto ciò che hanno lasciato alle loro spalle continua ad avvicinarsi.
La parte che ho apprezzato maggiormente è sicuramente il ritmo. Kevin Barry non utilizza le virgolette per distinguere i dialoghi e sembra avere un rapporto piuttosto complicato anche con le virgole. Le voci, i pensieri e la narrazione finiscono così per confondersi in un unico flusso. All’inizio questa scelta richiede un po’ di attenzione, ma poco alla volta imprime alla storia un andamento inarrestabile: la scrittura corre insieme ai protagonisti e sembra non volersi fermare neppure per riprendere fiato. A scandire la fuga ci sono poi le canzoni strampalate di Tom, che trasformano il romanzo in una ballata malinconica e sgangherata. Il linguaggio alterna lirismo e volgarità, tenerezza e violenza, senza che questi elementi sembrino mai davvero separati. Più che all’interno di un western tradizionale, mi è sembrato spesso di trovarmi in un teatro dell’assurdo. Sulla scena entrano ed escono personaggi grotteschi, pistoleri squilibrati, predicatori improbabili e uomini che sembrano esistere secondo regole tutte loro. Alcuni incontri fanno sorridere, altri inquietano, altri ancora sono talmente surreali da sembrare il prodotto di un’allucinazione di Tom. Anche il paesaggio partecipa allo spettacolo: il gelo, il fango, i boschi e le notti trascorse all’aperto rendono la natura una presenza concreta, ostile e quasi impossibile da attraversare.

Barry riesce molto bene a tenere insieme il tragico e il comico. La fuga di Tom e Polly ha qualcosa di romantico e disperato, ma viene continuamente attraversata da episodi assurdi e da una comicità nerissima. Sappiamo che i due sono in pericolo, eppure non siamo mai completamente sicuri che il romanzo voglia commuoverci, divertirci oppure trascinarci dentro un incubo.
Il cuore d’inverno è…
Un romanzo originale, incalzante e profondamente straniante. Ho apprezzato il ritmo, la lingua e quella costante impressione di assistere a una rappresentazione teatrale nella quale ogni personaggio porta con sé una diversa forma di follia.
La storia d’amore tra Tom e Polly, però, non è riuscita a coinvolgermi quanto avrei voluto. Ho seguito la loro fuga con curiosità, trascinata dalla scrittura di Barry, ma sono rimasta a una certa distanza dai protagonisti. Anche il finale, raccontato in maniera rarefatta e quasi visionaria, mi ha lasciata più confusa che sconvolta: sono arrivata all’ultima pagina senza essere del tutto certa di aver capito che cosa fosse appena accaduto. Forse è proprio questo l’effetto cercato dall’autore: trasformare la fuga di Tom e Polly in una ballata nella quale realtà, paura, desiderio e allucinazione finiscono per confondersi. Ne riconosco la forza stilistica e la capacità di raccontare il sogno di una nuova vita senza concedere facili consolazioni.
Il cuore d’inverno non è riuscito a conquistarmi fino in fondo, ma possiede una voce talmente particolare che difficilmente potrò confonderlo con un altro romanzo. Ormai mi conoscete, mi piacciono gli stili con lunghe e minuziose descrizioni, amo i fronzoli e qui decisamente non ci sono.
Consigliato per chi è in cerca di un romanzo originale, per chi non ha paura di perdersi tra i labirinti creati dall’autore.
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