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RECENSIONE: McGlue (Ottessa Moshfegh)

McGlue di Ottessa Moshfegh (Feltrinelli)
RECENSIONE: McGlue (Ottessa Moshfegh)

McGlue

Valutazione:
three-half-stars
Autore:
Traduttore:
Pubblicato da:
Data uscita:
26/03/2024

Pagine:
144
Genere:
ISBN:
8807035766
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La trama

Salem, Massachusetts, 1851: McGlue è tenuto sotto chiave nella stiva di una nave, ancora troppo ubriaco per essere sicuro del proprio nome, della situazione e del proprio orientamento: potrebbe aver ucciso il suo migliore amico. La memoria intollerabile di ciò che è accaduto si accompagna ai suoi sprazzi di sobrietà. Ottessa Moshfegh veleggia spavalda nella grande tradizione letteraria americana e ci regala un furfante perfido e senza cuore in un viaggio affilato come un coltello attraverso le nebbie dei ricordi.

– Incubo –

McGlue di Ottessa Moshfegh (Feltrinelli) è un libro decisamente molto particolare, ma d’altronde questa è un’autrice che riesce sempre a stupirmi. Devo però essere sincera e ammettere che, tra i suoi romanzi che ho letto finora, questo è quello che mi è piaciuto meno. McGlue è un marinaio, un uomo alla deriva tanto in mare quanto nella propria esistenza. Vive nell’America dell’Ottocento, si sposta da un porto all’altro e soprattutto beve. Beve continuamente, ossessivamente, come se l’alcol fosse l’unico modo possibile per stare al mondo. Quando lo incontriamo ha una ferita alla testa, una memoria piena di buchi e un’accusa terribile sulle spalle: avrebbe ucciso Johnson, il suo amico. Il problema è che lui non ricorda di averlo fatto.

McGlue è un vero e proprio concentrato di angoscia. Sogno, allucinazione e realtà si mescolano con una tale decisione che diventa quasi impossibile individuarne i confini. Siamo su una nave, in prigione o in una bettola, poco importa: siamo sempre prigionieri di un incubo o di un uomo e, in fondo, nulla cambia. McGlue è tormentato da ricordi che non ha e da allucinazioni che sembrano più reali della realtà. Quando si sveglia gli viene detto che ha ucciso Johnson, ma lui non ricorda di averlo fatto. Ed è proprio da questa assenza che prende forma la storia: c’è un vuoto nella memoria di McGlue e noi proviamo insieme a lui a riempirlo, senza avere però nessuna certezza che quello che vediamo, ricordiamo o crediamo di capire sia realmente accaduto.

McGlue di Ottessa Moshfegh (Feltrinelli)

Mi sveglio. Ho il davanti della camicia rigido, marro-ne. Forse è sangue secco e io sono morto. L’aria dell’oceano mi convince a dubitarne, a girare la testa in due, tre riprese verso i piedi. I piedi sono a terra. Forse sono caduto a faccia in giù nel fango. E comunque, sono ancora troppo ubriaco perché me ne importi.
“McGlue!”
Una voce infuriata rimbomba da dove arriva il sole, vele issate, cigolii di legno e nodi stretti. Sento la pancia contorcersi. La testa. La scorsa primavera me la sono spaccata saltando da un treno in corsa – questo me lo ricordo. Mi metto in ginocchio.

Johnson continua a riaffiorare tra i suoi ricordi. A volte sembra una presenza assolutamente reale, concreta, forse una delle poche persone davvero vicine a McGlue; altre volte ho avuto quasi l’impressione che appartenesse allo stesso universo delle sue allucinazioni. È esistito davvero così come McGlue lo ricorda? È successo davvero quello che ci viene raccontato? È difficile stabilirlo, perché tutto passa attraverso la mente di un narratore più che inaffidabile.

McGlue è infatti un libro decisamente faticoso. Non abbiamo vere coordinate da seguire in tutta quella confusione: non sappiamo sempre dove siamo, quando siamo e soprattutto quanto di ciò che ci viene raccontato sia reale. Eppure è proprio questo uno degli aspetti che rendono il romanzo così affascinante.

McGlue ha una crepa nella testa e dentro quella crepa ci sono serpenti, sporco, persino le sue stesse mani che scavano fino a strappargli il cervello. Il suo corpo e la sua mente finiscono per confondersi esattamente come realtà e allucinazione, mentre l’alcol accompagna praticamente ogni momento della sua esistenza. La sensazione, andando avanti con la lettura, è che anche il lettore finisca per essere ubriaco proprio come il protagonista. Perdiamo l’equilibrio, perdiamo l’orientamento, perdiamo qualsiasi certezza. La confusione di McGlue diventa la nostra e, dopo un po’, forse smette persino di essere così importante capire dove finisca la realtà e dove cominci l’incubo.

McGlue di Ottessa Moshfegh (Feltrinelli)

Ho letto e amato Lapvona e, prima ancora, Il mio anno di riposo e oblio: romanzi molto diversi tra loro, ma che mi hanno lasciato addosso quella stessa sensazione di angoscia che ritrovo anche qui. McGlue, però, porta forse quella sensazione ancora più all’estremo, perché non ci concede praticamente mai un terreno solido sul quale appoggiarci. Rimane il libro di Moshfegh che mi è piaciuto meno tra quelli letti finora, ma questo non significa che non ne abbia subito il fascino. Forse è proprio questo il paradosso di McGlue: mi ha respinta e affascinata quasi nella stessa misura.

Consiglierei McGlue a chi non ha paura di lasciarsi trasportare dentro un incubo, a chi non si accontenta delle solite storie e a chi non ha paura di guardare l’abisso. Non è una lettura semplice e probabilmente non vuole esserlo: è sporca, disturbante, confusa e profondamente angosciante. Ma forse è proprio lì, dentro quella confusione, che si nasconde tutto il suo fascino.


McGlue è…

Un incubo. Ottessa Moshfegh ci trascina nella mente confusa e annebbiata dall’alcol di un marinaio accusato di aver ucciso il suo migliore amico. Realtà, ricordi e allucinazioni si confondono fino a far perdere qualsiasi coordinata anche al lettore. Una lettura faticosa, sporca e profondamente angosciante, ma proprio per questo terribilmente affascinante.

Consigliato a chi non ha paura di lasciarsi trasportare dentro un incubo, a chi non si accontenta delle solite storie e a chi non ha paura di guardare l’abisso.

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three-half-stars

Alcune note su Ottessa Moshfegh

Ottessa Moshfegh

Ottessa Moshfegh è un’autrice statunitense. Nata a Boston, scrive romanzi e saggi. Ha pubblicato una novella, McGlue, che ha vinto il Fence Modern Prize e il Believer Book Award. Suoi racconti sono apparsi sulla “Paris Review”, sul “New Yorker” e su “Granta”. Con Eileen, il suo primo romanzo, ha vinto il PEN/Hemingway Award per l’opera prima ed è stata finalista del National Book Critics Circle Award e del Man Booker Prize. Nel 2019 pubblica con Feltrinelli Il mio anno di riposo e oblio. Nel 2020 esce, sempre per la stessa casa editrice, La morte in mano, nel 2021 Nostalgia di un altro mondo e nel 2023 Lapvona.

 

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