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Alla scoperta di… Sarah (Flavia Piccinni – Carmine Gazzanni)

Alla scoperta di Sarah la ragazza di Avetrana - Piccinni Gazzanni

Dopo tanto tempo torna finalmente la rubrica dedicata all’incipit dei libri che ho amato. Oggi vi propongo Sara La ragazza di Avetrana di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango Libri). Un libro verità che prova a far chiarezza su un mistero tutto italiano.

L’estate dei quindici anni

Oltre le strade che costeggiano il mare del Salento, lontano dai paesaggi di sabbia e di ombrelloni – oltre le feste di cocaina, le sagre di pizzica e di taranta – si estende un piccolo Far West meridionale. Vi si arriva attraversando distese di terra rossa che si rincorrono identiche per chilometri e chilometri fra ulivi e vigneti, e che nel confine fra la provincia di Taranto, Brindisi e Lecce diventano pigre e desolate strade di cemento sconnesso. Ed è qui, fra Monte dei Diavoli e Monte della Marina, che s’affloscia un paese di appena seimila abitanti anticamente noto, prima di venire distrutto dalle invasioni saracene, come parte del feudo di Ruggiano. È un luogo considerato unanimemente periferia, non solo della provincia tarantina, ma di un Sud antichissimo e retrogrado, ancora legato ai ritmi sfiancanti della terra, prigioniero di una crudele povertà che ne condanna tutti gli abitanti, compresi i protagonisti di questa storia.

A dimostrazione che la fortuna non è eterna, e che deve essere curata come la campagna, nei secoli passati questo borgo battezzato Avetrana aveva goduto di una discreta prosperità; s’affacciava sulla via Traiana Messapica, che portava da Taranto a Otranto, e le sue terre erano oggetto di grandi attenzioni per la loro rigogliosità e per il carattere apparentemente conciliante dei suoi abitanti.

Nella storia locale pochi sono gli eventi degni di essere trasmessi: un terremoto del 20 febbraio 1743, la rivolta contadina del 1929 duramente repressa dal regime fascista, la feroce battaglia contro l’insediamento di una centrale elettronucleare che portò, nel 1984, a dichiarare l’intero centro “zona denuclearizzata” per volere del Consiglio comunale.

Più recentemente, alcuni trafiletti secondari in giornali locali avevano raccontato del suicidio di dieci delfini sulle vicine coste (nel 1987), di un operaio cassintegrato che si era dato fuoco nella sua auto alle porte del paese (era il 1994), dunque della protesta dell’inizio del dicembre 1997, quando un migliaio di contadini a bordo dei rispettivi trattori invasero le strade, per riversarvi tonnellate e tonnellate di olive. “Fu una sommossa grandiosa”, rammentano alcuni. Cuore della protesta era l’unica cosa considerata vitale: il prezzo delle olive, passato da centocinquantamila lire al quintale a sole sessanta per l’incessante concorrenza spagnola e greca.

A risvegliare dall’atavica inerzia gli autoctoni fu poi una rapina in pieno giorno all’ufficio postale. Era il 1998, cinque banditi vestiti di scuro e armati di kalashnikov improvvisarono nella centralissima via Piave un campo di battaglia. Le seguenti ricostruzioni misero in evidenza soltanto una cosa, fino ad allora rimasta ben nascosta, ovvero il carattere poco incline a parlare degli avetranesi. “Non abbiamo visto niente” divenne subito il mantra delle testimonianze, in parte raccolte dal maresciallo Fabrizio Viva, già all’epoca in servizio.

Si annoverano poi, lungo la breve sequenza di eventi locali, nel giugno 2001 il rinvenimento – in un fondo agricolo alla periferia della città, sotto chili e chili di terra e di spazzatura – del corpo del pregiudicato Giuseppe Scarcia, sequestrato venti giorni prima a Tuturano e considerato uno dei luogotenenti del presunto boss della mafia salentina Salvatore Buccarella; nel 2003 una bomba carta fatta scoppiare di fronte all’abitazione di un operaio trentatrenne; dunque le misure orchestrate per scongiurare la siccità e salvare i vigneti (2008); qualche incidente stradale, come quello del 2009, quando un uomo perse la vita e una bambina di cinque mesi andò in coma. L’ultimo episodio della vita cittadina degno di essere fermato nel tempo è l’ennesima rivolta degli agricoltori che, nel novembre 2009, arrivarono nelle piazze del paese per rivendicare i sussidi promessi dal ministero dell’Agricoltura, e mai ricevuti.

Tutto sommato, solo frammenti minimi di vivacità. Schegge destinate a eccitare pacatamente la soporifera quotidianità nel paese più povero della provincia di Taranto, e certamente capaci di animare gli avetranesi molto meno delle feste dedicate a sant’Antonio Abate e al patrono san Biagio, nonché degli appuntamenti deputati ad attirare una manciata di stranieri – merce rara in questa terra dove le uniche bellezze sono la modesta Casamatta del Torrione medievale, o i reperti del villaggio neolitico vicino la Masseria La Martina – quali l’epica sagra estiva della polpetta o quella più prosaicamente battezzata Fricennu e mangiannu, dedicata alle fritture di verdure e di pettole. In fondo, questa è – ma soprattutto ambisce a restare – terra di contadini; per scuotere la mansueta e pigra esistenza dei locali, abituati a lasciare le chiavi dentro la toppa di casa o nel cruscotto della propria vettura, bastava l’antica diatriba sulla ricetta dei lampascioni al forno e la solerzia di alcune malelingue, in grado di dedicare il loro tempo a esaminare e a distruggere le vite dei compaesani con invidiabile energia. È dunque chiaro che nessuno era pronto a quello che sarebbe accaduto alla controra, quando il sole continuava a struggere le campagne di terra rossa e ulivi nell’abitudinario silenzio di un giorno di agosto, alla fine dell’estate del 2010.

Dall’alto, Avetrana sembra un’isola di calce incrostata che si divide nei rioni di San Francesco, Sierri, Casa Sana, Bizzarro, Polo Nord, Ronzieri e Africa. È una geometria di costruzioni disarmoniche, circondata da un mare verde, gli ulivi secolari che si estendono tutto intorno per oltre 5000 ettari. Si narra che i bambini passino le ore a esaminarne le chiome poiché, come le nuvole, ricordano forme da sogno e d’animali, talvolta visi umani.

Fra quei bimbi incantati c’era anche Antonio Serrano, che ad Avetrana arrivò da Gallipoli dopo la Seconda guerra mondiale. In casa erano cinque fratelli, la madre era morta dopo aver compiuto trent’anni, e lui con i fratelli era rimasto all’orfanotrofio locale in attesa di un futuro che non sembrava promettere per nulla bene. A Gallipoli all’epoca per “vivere c’era solo il mare”, ad “Avetrana c’era invece sia il mare che la campagna”, e così in quel periodo parecchie famiglie decisero di trasferirsi. “L’inverno lavoravano in campagna e l’estate al mare”, e i più piccoli venivano mandati come tuttofare nelle masserie. Questa fu la sorte anche del piccolo Antonio, che nella masseria crebbe come uno schiavo fino a quando non diventò abbastanza grande e gli parlarono di una bella ragazza del paese, Oronza.

Antonio1 si presentò allora a casa della ragazza che aveva altre tre sorelle, di cui due si erano sposate dopo la fuitina. Il ragazzo disse che cercava una moglie, e il capo famiglia Biagio fornaru rispose: “Io questa ti posso dare”, indicando proprio Oronza. I due giovani si conobbero il giorno del fidanzamento, e dopo quindici giorni erano già sposi. Fu un matrimonio combinato, ma si rivelò un’unione felice.

Rapidamente arrivarono i cinque figli, che vennero battezzati Emma, Giuseppe, Cosima, Salvatora e Concetta. Pativano la fame tutti insieme in un basso di via Martiri d’Ungheria, al numero 57, nella prima periferia di Avetrana. Poi Antonio decise di emigrare in Germania per cercare fortuna e cominciò a mandare alla sorella Filomena Serrano – detta Nena Marinara, di dodici anni più grande, che considerava una seconda madre e per la quale serbava una fiducia che sconfinava nella devozione – i soldi per amministrare la sua famiglia. “Quello è tuo padre”, spiegava Oronza, indicando a Concetta la foto di un uomo in divisa attaccata al muro, e lei lo guardava, quel suo papà che non riusciva a recuperare dalla memoria; ma in tempo di miseria ci si abitua a tutto, anche a non domandare affetto, anche a crescere con la sola mamma e con una zia.

In quell’equilibrio economico e sentimentale precario crebbero i giovani Serrano, fino a quando un giorno zia Nena, che a causa di un’operazione non avrebbe potuto avere figli, convinse il fratello a darle in adozione la piccola Concetta. Lei con suo marito Cosimo, che di lavoro faceva la guardia forestale e possedeva una cava, avrebbe potuto garantire un buon futuro alla bambina, e l’avrebbe fatta studiare, questo lo aveva promesso, almeno fino alla terza media.

All’epoca, Concetta aveva appena tre anni. Le foto dell’epoca la restituiscono con l’espressione sempre assorta, lo sguardo in un altrove che pare non accarezzare né le campagne né il mare, ma s’annida cupo e insopportabile nell’indifferenza degli altri, che sorridono intorno a lei.

Il destino è segnato, e alberga in un accordo famigliare che pare appartenere a un’Italia lontanissima, seppellita dalla memoria e dalla vergogna.

Un giorno di autunno la piccola Concetta viene così accompagnata in quella che resterà per quasi tutta la sua vita la casa d’elezione: una villetta bianca e bassa in vico II Verdi al numero otto, con una veranda sulla strada e molto cemento intorno. Coccolata e amatissima dai genitori adottivi, da cui acquisirà anche il cognome Spagnolo, la bambina viene spesso descritta come abulica e apatica. È una statua di sale: non risponde alle attenzioni dei genitori adottivi, sopravvive in un mondo irraggiungibile, mostra un carattere sempre più affine a quello distaccato e composto della madre Oronza.

Le frequentazioni con la famiglia d’origine, prima assidue, si fanno sempre più rade. A dividere le due case ci sono appena trecento metri, ma le esistenze scorrono parallele. Da una parte Antonio e Oronza, dall’altra Nena e Cosimo.

Concetta idealizza i genitori e i fratelli, e dopo un’adolescenza burrascosa a diciotto anni decide di tornare nel basso di via Martiri d’Ungheria. Qui, ad aspettarla, c’è la solita miseria. Quella bocca in più da sfamare, quel nuovo futuro da costruire, diventano un peso insopportabile nell’esile armonia famigliare, e d’improvviso il sogno di aprire una palestra – che accarezzava come concreto con i genitori adottivi – sembra irrealizzabile: i corsi si tengono a Taranto, 50 chilometri di distanza e oltre due ore di bus. Basta questo per archiviare tutte le ambizioni dell’appena maggiorenne Concetta.

Per salvarsi e scappare da Avetrana, andare lontano dalla famiglia Serrano e da quella Spagnolo, l’unica alternativa diventa la fuitina. Ed è così che a ventidue anni scappa con un ragazzo appena conosciuto. Si tratta di Giacomo Scazzi, manovale di San Pancrazio Salentino, che si dice abbia dei legami con il contrabbando locale e che, questo è certo, nel 1979 è stato condannato per furto.

I genitori di Concetta non la prendono bene: un conto è non avere soldi ma essere persone per bene, un conto è avere la fedina penale compromessa. Eppure, abitare ad Avetrana negli anni Ottanta è nutrirsi dei compromessi che la legge orale prescrive, schivando le maldicenze e provando a salvare la faccia. Così nel 1984, quasi di nascosto, viene organizzato il matrimonio. Gli invitati più che di una festa, parleranno di un funerale con papà “Antonio umiliato”, non in grado di ripudiare la figlia solo perché incapace di comprenderla.

La giovane coppia decide di lasciare Avetrana. Si sistema a casa dei genitori di Giacomo, che gestisce un’autofficina a San Pancrazio Salentino. Sono anni difficili, con l’officina che va male, Giacomo che si dimena in zone grigie e pericolose. S’affaccia il mito dell’emigrazione, e i due decidono di trasferirsi al Nord, a Castellanza, a qualche decina di chilometri da Varese. Qui Giacomo lavora prima come elettricista, dunque come muratore. Nel 1985 nasce il primogenito Claudio, ma i soldi continuano a essere contati, e Giacomo pare non riuscire a stare lontano dai guai. Nel 1989 viene condannato per aver usato banconote false, e dunque

incarcerato per estorsione. Tre anni dopo, sofferente per tutti quei disastri e per le alterne fortune economiche della sua famiglia e di Concetta, morirà papà Antonio.

Le crudeli voci di paese raccontano di una coppia che sta insieme più per abitudine e ristrettezze che per amore. Si insinua che Concetta sia sempre più distante dal marito, e che una scusa per segnare il progressivo distacco siano proprio i genitori adottivi, gravemente malati, che la costringono a lunghe permanenze ad Avetrana.

“Ci sono errori che si riescono ad aggiustare, altri che non si risolvono mai”, ammette lei, riflettendo sul suo matrimonio. Eppure, secondo un antico copione, resta incinta di nuovo. Ad Avetrana non lo dice a nessuno, tanto che quando le sorelle notano i cambiamenti fisici la interrogano: “Ma sei incinta o ti sei rifatta il seno?”, chiedono. E lei, di tutta risposta: “Si vede così tanto? Sono di cinque mesi”.

Dalla sua prima gravidanza sono passati dieci anni, e questa volta si tratta di una bambina a cui, già lo sa, darà un nome benedetto. Lo ha incontrato, questo nome, nella Genesi, durante una delle riunioni dei Testimoni di Geova che ha cominciato a frequentare dopo l’arrivo a Milano. Ha un grande futuro in mente per la piccolina che porta in grembo, e che chiamerà Sarah come la moglie di Abramo che partorì a novant’anni Isacco grazie al miracoloso dono di Geova. Sarah come la donna che morì a 127 anni e che da Geova venne designata principessa.

Qui la mia recensione )

Alla scoperta di… Sarah (Flavia Piccinni – Carmine Gazzanni)

Sarah. La ragazza di Avetrana

Valutazione:
three-half-stars
Autore:
Pubblicato da:
Data uscita:
16/07/2020

Pagine:
320
Genere:
ISBN:
9788860446688
ASIN:
B08CRWH558
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La trama

26 agosto 2010. In Salento, una giovane scompare. È una ragazza bionda, silenziosa, misteriosa. Si chiama Sarah Scazzi. L'Italia intera rimane sconvolta: cosa può essere successo a una quindicenne dall'aria così innocente? Molte saranno le ipotesi che si alterneranno durante i quarantadue giorni di ricerca. Ipotesi che sveleranno intimi segreti e rancori taciuti, arrivando a costruire un incredibile reality show dell'orrore e del grottesco in salsa pugliese. Avetrana, il paese dove tutto si svolge, ne sarà l'inaspettato set a cielo aperto. Le indagini porteranno prima alla confessione dello zio della ragazza, Michele Misseri, e quindi alla condanna all'ergastolo della zia e della cugina di Sarah, Cosima Serrano e Sabrina Misseri, che negli anni hanno continuato a dichiararsi innocenti. Eppure, come rivelano i due autori, la tragicommedia salentina - divenuta il primo processo mediatico del nostro paese - nonostante confessioni e condanne non può ancora dirsi risolta. Nel segno di "A sangue freddo" di Truman Capote e de "L'avversario" di Emmanuel Carrère, "Sarah" è un romanzo verità, che alla precisa ricostruzione di ciò che è accaduto - e, piuttosto, di ciò che è stato deliberatamente taciuto - unisce una riflessione sul male e sulla sua spettacolarizzazione, sulle conseguenze delle proprie azioni e su quanto siamo disposti a sacrificare per le persone che amiamo.

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