
L'arte di perdersi

La trama
"I sogni, soprattutto se molto belli, sono poco attendibili. E i risvegli possono essere bruschi."
La protagonista di questo romanzo è una donna spiritosa, che vive intensamente e che pro-prio per questo ha imparato che i sogni, e tra questi l'amore, riservano tante gioie quante de-lusioni e che bisogna maneggiarli con cautela. Lei, per esempio, sta attraversando un mo-mento difficile: le sembra che il suo lavoro, la sua casa, il suo stesso corpo non le somiglino più e le app di dating o i consigli del chirurgo estetico hanno l'aspetto inquietante delle illu-sioni.
Ma il destino ha in serbo una sorpresa: l'acidissima zia Laura, che l'ha sempre cordial-mente detestata, decide di lasciarle in eredità una grande casa appollaiata su un terraz-zamento ligure che digrada verso il mare, e anche il denaro per ristrutturarla. Sembra un sogno, ma non lo è: e riserva nuovi colpi di scena. Inizia così un tempo di pratiche edilizie, di sconfortanti e-mail dell'ingegner Non si può fare, e soprattutto di traslochi più o meno tempo-ranei, in appartamenti più o meno accoglienti ma tutti capaci di portare con sé nuovi incontri rivelatori, di insegnarle che cosa serve per sentirsi davvero a casa.
Lia Piano scrive un romanzo incantevole, malinconico ed esilarante, che nel raccontarci le fasi di una ristrutturazione ci parla della cura del cuore umano , e seguendo la sua prota-gonista alle prese con le difficoltà della vita ci ricorda che spesso è necessario perdersi per potersi ritrovare.
– Frizzante –
L’arte di perdersi. Storia dei miei traslochi di Lia Piano (Bompiani) è un libro che mi ha colpito subito per copertina e certo per la trama. L’idea di raccontare la propria storia partendo dalle case che abbiamo abitato non solo è originale, ma per una come me, così legata agli oggetti è certamente intrigante.
Non avevo mai letto nulla di Lia Piano e quindi non sapevo cosa aspettarmi. La protagonista è una donna di cinquant’anni che eredita, dalla zia ancora viva, la casa dell’infanzia.
L’unico modo di conoscere davvero una casa è farle un’improvvisata. Entrare di soppiatto, chiudersi velocemente la porta alle spalle, non darle il tempo di prepararsi, farle “Buh”.
Tutto comincia da una raccomandata dimenticata nella borsa. Questa protagonista mi ha ricordato, seppure con un’altra età, me stessa. Disordinata, creativa e diciamolo anche un po’ stufa. Ha preso l’aspettativa dal lavoro, è pronta ricominciare ed è pronta a farlo in questa casa ma proprio in quella raccomandata c’è il verdetto: inagibilità.
Non potrà vivere lì. Disperata, senza un posto dove andare comincerà a vagare tra i ricordi e nel presente fatto di vicini di casa bizzarri, rumori, racconti e manuali di crescita personale da consultare all’occorrenza.
L’ostinazione della protagonista però non è dovuta soltanto al puntiglio di abitare la casa. Quell’edificio rappresenta qualcosa di diverso e la porterà inevitabilmente a fare i conti con zia Laura e con il rapporto tormentato materno. Non si può scappare per sempre…
Nel frattempo ci saranno appuntamenti dal chirurgo estetico, match su Tinder… e quel velo di malinconia che ricopre ogni cosa prima del cambiamento. Non si può rimanere bambini per sempre e allora sì che è necessario avere un posto, un luogo da chiamare casa, una fortezza nella quale rinchiudersi per affrontare il mondo.
L’arte di perdersi è un viaggio ironico e malinconico allo stesso tempo. La protagonista affronta il cambiamento con resistenza, entusiasmo e incoscienza a seconda dei casi. Fino ad accettare che per migliorare, per ritrovarsi, bisogna lasciar andare qualcosa.
Ho amato questa protagonista tenace, sensibile, ironica e al tempo stesso fragile e contraddittoria. Le pagine sulla ricerca del fidanzato le ho sentite cucite addosso e mi hanno fatto sorridere di gusto. Si può fare un voto per trovare un fidanzato e poi non volerlo per nessuna ragione al mondo?
Potrebbe addirittura decidere di traslocare da me. E vero che in questo momento non ho una mia casa, ma è un dettaglio. Se l’avessi, avrebbe probabilmente una porta di ingres-so, e da lì, un brutto giorno, vedrei entrare Gianfranco con una valigia. Due valigie. Orrore, tre valigie, come nei traslochi gravi. Il contenuto di quelle valigie finirebbe impilato nel mio armadio, posato sulle mie mensole, appallottolato nel cesto dei miei panni sporchi. Tracce di Gianfranco si diffonderebbero in giro come spore, pronte a prendere vita e generare nuovi minuscoli Gianfranchini ovunque. Ci sarebbero altissime probabilità di trovare, prima o poi, la tavoletta del water sollevata. In un batter d’occhio odierei il suo spazzolino da denti, il suo rasoio elettrico, il suo caricabatterie infilato nella mia presa preferita, e infine lui. E non sarebbe l’ipotesi peggiore. Potrei io, nel silenzio della ragione provocato dall’innamoramento, decidere di traslocare da lui. Potrebbero essere le mie, quelle valigie. Potrei essere io l’invasore.
Meglio l’ipotesi del fidanzato on demand.
L’arte di perdersi è …
Frizzante. Ho amato la penna ironica e profonda, i capitoli brevi e l’alternanza tra malinconia e divertimento. Leggere L’arte di perdersi è stata una bellissima sorpresa e mi ha lasciato con il sorriso. Le pagine sul rapporto con la madre sono commoventi e le ho trovate molto vere.
De L’arte di perdersi mi è piaciuta anche l’idea di trasformare ogni ostacolo in un’occasione: la menopausa, l’assenza – seppur temporanea – di lavoro, l’impossibilità di abitare una casa così desiderata… tutto serve per essere superato e trasformato.
Consigliato per chi è in cerca di una storia originale, un romanzo perfetto per chi sa che gli oggetti non sono mai soltanto tali. Per chi crede che le case che abbiamo abitato ci abbiano cambiato, per chi non ha paura di perdersi tra ostacoli e burocrazia, per chi sogna sempre e comunque.














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