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RECENSIONE: Il convitto (Serhij Žadan)

Il convitto - Serhij Zadan - Voland
RECENSIONE: Il convitto (Serhij Žadan)

Il convitto

Valutazione:
four-stars
Autore:
Traduttore:
Pubblicato da:
Data uscita:
03/12/2020

Pagine:
320
ISBN:
8862434081
ASIN:
B08PW1T4T
Acquista:

La trama

Potente atto conclusivo di un viaggio nelle pieghe più profonde dell'Ucraina orientale, "Il convitto" dispiega davanti ai nostri occhi una guerra che l'Europa ha già dimenticato. Un giovane insegnante vuole riportare a casa il nipote tredicenne che vive in un convitto. Il fronte si avvicina e la scuola in cui la sorella ha lasciato il ragazzo non è più sicura. Attraversare la città richiede un'intera giornata e il ritorno diviene un'odissea rabbiosa scandita dai posti di blocco e dai fuochi gialli che lampeggiano all'orizzonte. Le mitragliatrici rantolano, le mine esplodono. Truppe paramilitari, cani randagi che appaiono come fantasmi tra le macerie, un'umanità apatica che brancola disorientata in un paesaggio urbano apocalittico, dove ogni gesto di malinconica fratellanza e il senso di responsabilità si stagliano con luminosità commovente.

 -Viaggio –

Il convitto di Serhij Žadan (Voland) è stata una delle ultime letture dell’anno ed è anche l’ultimo libro di una trilogia ideale. Tranquilli, nemmeno io ho letto gli altri due eppure sono riuscita a tenere il filo della storia. Il primo si chiama La strada del Donbas, il secondo Mesopotamia.

Il convitto - Serhij Zadan - VolandQuando ho cominciato Il convitto non sapevo cosa aspettarmi e forse non tutto mi è stato chiaro ma… fortunatamente è venuta in mio soccorso la postfazione di Giovanna Brogi che ha sciolto ogni dubbio.

Il romanzo è ambientato nel 2015 e ci troviamo nella regione del Donbas, un insegnante di lingua ucraina deve riportare a casa il nipote dal convitto e deve farlo mentre infuria la guerra e centinaia di persone fuggono mentre l’occupazione infuria.

Paša e il nipote si muovono in uno scenario apocalittico e non si può, non si deve, dimenticare che questo non è soltanto un romanzo. La migrazione in altre regioni dell’Ucraina o all’estero per fuggire da granate e soprusi è reale.

Paša non è un eroe classico, forse non lo è proprio. Decide di andare a prendere il nipote perché sa che sua sorella non affronterà mai quel viaggio per andare a prendere quel figlio che soffre di epilessia e che è stato dimenticato in quel convitto.

Il nostro protagonista è mosso dall’amore e dal senso di responsabilità e da quello di colpa: doveva riportare a casa il ragazzo prima. Spostarsi non è mai stato così difficile e improvvisamente ci ritroviamo scaraventati in un labirinto kafkiano: la stazione è invasa da persone, i militari per strada fermano le persone, il viaggio in taxi assomiglia di più a una rocambolesca fuga. Dubitiamo fortemente che Paša con il suo vecchio cellulare (per cominciare con la sorella e il papà anziano) possa riuscire nell’impresa.

Eppure in tre giorni, l’intero svolgimento de Il convitto è tutto qui, Paša raggiungerà il nipote.

Un romanzo di guerra e di formazione al tempo stesso, come ricorda la postfazione, perché sia Paša che il nipote, subiranno importanti trasformazioni.

Il nostro insegnante, che non combatte a causa di una malformazione alla mano, sta cercando – almeno all’inizio – di tenersi fuori dalla questione guerra il più possibile. Ve l’avevo detto che non è un eroe tradizionale, anzi. Vuole a tutti i costi rimanere neutrale e il contrasto con chi invece prende una posizione è stridente, fastidioso e persino doloroso.  L’insegnante di educazione fisica, conosciuto al convitto, avrà un ruolo cruciale. Ma anche il giornalista Peter, che lo abbandona in mezzo ai soldati, lo spingerà a riflettere sulle azioni e sull’identità stessa di questo mediocre insegnante.

Il convitto - Serhij Zadan - VolandMa il riscatto arriva per tutti anche se doloroso. Le macerie, i morti, il freddo, la fame tutto contribuisce alla crescita dei nostri due protagonisti.

Toccante la scena in cui il ragazzino porta lo zio nei pressi di un dirupo: lì sotto c’è il corpo di un uomo e ogni mattina alla stessa ora il suo telefono squilla. La famiglia probabilmente continua a chiamarlo rispettando un’abitudine, ignara delle sorti di quella vittima. Il nipote smette di essere un ragazzino e Paša comincia a smettere di essere un vigliacco.

Quando Paša torna indietro nel tempo a quando era un adolescente,  ci commuoviamo leggendo del suo trauma: cambiare per andare a studiare in città significava cambiare la visione del mondo. Ed è forse proprio da lì che nasce l’incomunicabilità con gli altri. La forte nostalgia per i tempi che furono e che forse non si è goduto appieno:

(…) I genitori ancora vivi e vegeti dai quali ti allontani sempre di più e che ti capiscono sempre meno, ma la cosa non ti preoccupa: basta che ci siano, che siano lì da qualche parte, che conservino i mille oggetti noti dall’infanzia, che si aggiungano alle mille voci familiari, per il resto che si allontanino pure senza capire-ci sarà sempre un posto nel mondo per loro, ci sarà sempre tempo per sistemare le cose e spazio sufficiente per non pestarsi i piedi. Ci sarà spazio per la scuola col suo mortifero odore di cibo riscaldato, con i suoi corridoi deserti che rimbombano alla sera, familiari ed estranei. Ci sarà spazio per amici e conoscenti, per le ciance inutili, per gli entusiasmi passeggeri, per le paure inconsapevoli. Ci sarà spazio anche per i nemici, per l’offesa, per la vergogna, per le ultime lacrime adolescenziali da versare sul cuscino, che nessuno vede ma che tu non dimenticherai. Ci sarà posto per ogni cosa perché tutto è stato creato così. Ogni cosa si sistemerà, non c’è niente di superfluo. L’importante è che tu non oltrepassi mai questi confini, che tu segua questa fugace luce di marzo, destinata a spegnersi così rapidamente, che tu sbirci nelle finestre della stazione come un acquario pieno di mostri, che tu prende dalla vita solo quanto preparato appositamente per te.


Il convitto è…

Un viaggio. Un viaggio nella mente e nel cuore di una famiglia, un viaggio nella lotta di indipendenza di alcune regioni dell’Ucraina, un viaggio nella violenza.

Il convitto è un libro che contiene moltissime cose e non ho avuto pace finché non sono arrivata alla fine. All’inizio ho fatto un pochino di fatica a seguire il filo perché Paša veniva interrogato, spostato da una scena all’altra. Ma quando è arrivato al Convitto tutto si è fatto tragicamente più chiaro. Là in mezzo a quei ragazzini rifugiati Paša trova la forza e il sentimento che sono mancati fino a quel punto. In mezzo ai malati, quando prega per essere lui il destinato alla morte Paša riesce a riscattarsi e per lui ho sognato una vita migliore.

Consigliato per chi è in cerca di una storia forte, che non fa sconti, per chi vuole un racconto incalzante, originale e doloroso.

Il tempo si è fermato, non è rimasto nulla, non c’è pietà per nessuno. Non riuscirò mai ad andarmene da qui, nessuno ne uscirà vivo, resteremo tutti qui, soccomberemo tutti a quest’acqua mortifera. Paša ripensa a tutto quello che ha visto in questi due giorni, gli occhi sopraffatti dalla stanchezza e i volti sconvolti dalla rabbia, le voci secche e rauche, i corpi ondeggianti per l’insonnia, il freddo e l’umidità, a un tratto gli viene il vomito: per il freddo patito, per la fame lancinante, per quel vecchio che sta di morte come se si decomponesse proprio qui, sotto la pioggia scrosciante

 

 

four-stars

Alcune note su Serhij Žadan

Serhij Žadan

Nato nel 1974 nell’Ucraina orientale, è scrittore, poeta e performer. Salutato come “il Rimbaud ucraino”, in narrativa è esploso con il romanzo Depeche Mode, pubblicato in Italia nel 2008. Vincitore di ventuno premi internazionali, è tradotto in tredici lingue. Polemista e saggista acuto e ironico, è compositore e cantautore, ha creato una band di successo ed è un instancabile ideatore e interprete di progetti culturali multimediali.

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