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RECENSIONE: Fosca (Iginio Ugo Tarchetti)

RECENSIONE: Fosca (Iginio Ugo Tarchetti)

Fosca

Valutazione:
five-stars
Autore:
Pubblicato da:
Pagine:
192
Genere:
ISBN:
8804506571
ASIN:
B00E4ZZ7XC
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La trama

«Più che l'analisi d'un affetto, che il racconto di una passione d'amore, io faccio forse qui la diagnosi di una malattia.Quell'amore io non l'ho sentito, l'ho subito.» Tale, al protagonista di questo romanzo di Igino Ugo Tarchetti (1839-1869), esponente di spicco del movimento letterario della scapigliatura morto a soli trent'anni, appare la sua vicenda con Fosca, donna di straordinaria bruttezza e insieme di intenso fascino.La vicenda si snoda in un singolare gioco di specchi, di parallelismi rovesciati: Giorgio e Clara, Fosca e il marito, Fosca e Giorgio riprendono e rivivono, capovolgendola, mutandone i ruoli reciproci, un'unica storia, in un susseguirsi di variazioni sul tema di un amore che ha bagliori vampireschi, quando uno dei due elementi della coppia divora la vita dell'altro per infondergli il suo inquieto malessere, il suo senso di morte. E a fare da sfondo, da controcanto a questo intrecciarsi di storie di inquietante modernità, l'immobile vita di guarnigione di una cittadina dell'Ottocento, dove le acque morte della consuetudine si richiudono sull'irrisolto groviglio di passioni e di sentimenti.

– Irresistibile –

Era da diverso tempo che non davo cinque stelle a un libro. Poi è arrivato Fosca di Iginio Ugo Tarchetti, trovato quasi per caso mentre spulciavo sul Kobo.

A fermarmi è stata la copertina dell’edizione Oscar Mondadori: una di quelle nere, proprio come quelle che compravo quando ero una ragazzina affamata di classici. Mi è bastato vederla per ritrovare qualcosa di quella fame. L’ho preso quasi come un segno del destino e mi sono calata in Fosca con la stessa curiosità, con lo stesso abbandono con cui leggevo allora.Non immaginavo che mi avrebbe colpita così tanto.

Fosca di Iginio Ugo Tarchetti (Oscar Mondadori)

Fosca di Iginio Ugo Tarchetti (Oscar Mondadori)

 

Quella che all’inizio sembrava la solita storia di un amore che consuma, che si muove sbriciolando il confine tra sentimento e ossessione, diventa presto un’altra cosa. Quando leggiamo che un romanzo racconta l’amore come una malattia, pensiamo di sapere che cosa aspettarci. Una passione tormentata, una dipendenza, qualcuno che soffrirà fino a perdersi. Non mi aspettavo che Giorgio arrivasse a fare propria persino la malattia di Fosca. È questo che mi ha impressionata: quanto profondamente Tarchetti sia disposto a spingere il rapporto tra questi due personaggi, fino a rendere concreta, fisica, una vicinanza sempre più angosciante.

Eppure, già all’inizio, ci aveva avvertiti:

Più che l’analisi di un affetto, più che il racconto di una passione d’amore, io faccio forse qui la diagnosi di una malattia.

Leggere queste parole prima di attraversare la storia e ripensarci dopo averla conclusa sono due esperienze diverse. Quella che poteva sembrare una dichiarazione sul carattere distruttivo della passione acquista, andando avanti, un peso sempre più preciso. La malattia entra nel rapporto, ne determina i tempi, i gesti, le possibilità.Ma già nel modo in cui Giorgio racconta la propria disposizione all’amore c’è qualcosa che ci prepara agli eccessi di queste pagine:

Passai sempre dall’apatia all’adorazione senza soffermarmi sull’amore. Perché riposarsi a metà? Perché non mirare agli ultimi limiti? Le grandi cose sono estreme – le grandi anime adorano o odiano.

Mi sono fermata su queste parole. Su quell’idea dell’amore come un punto nel quale non ci si può trattenere, perché bisogna andare oltre, raggiungere gli ultimi limiti. In questa incapacità di fermarsi ho trovato qualcosa che attraversa tutto il romanzo e rende sempre più difficile capire dove finisca il sentimento e dove cominci la distruzione.

Fosca è disturbante, angosciante e irresistibilmente attraente. Mi ha respinta e richiamata continuamente. C’è qualcosa che mette a disagio in questa intimità, nel modo in cui il bisogno dell’altro può diventare una richiesta alla quale sembra impossibile sottrarsi. E io volevo continuare a leggere, vedere fino a dove sarebbe arrivata.

Fosca di Iginio Ugo Tarchetti (Oscar Mondadori)

Ho trovato la trama originale, quasi gotica, anche se di gotico, in Fosca, non c’è quasi niente. È una sensazione che ho avvertito nelle atmosfere, nelle ambientazioni, soprattutto nel modo in cui tutto viene raccontato. Ed è qui che Tarchetti mi ha conquistata con la penna. Tarchetti è un esponente della Scapigliatura e mi dispiace non averlo mai studiato a scuola. L’ho incontrato soltanto adesso, quasi per caso, ma dopo Fosca ho intenzione di leggere tutto, poesie comprese. Voglio scoprire che cos’altro abbia scritto una penna capace di farmi questo effetto.

A colpirmi è soprattutto la forza delle parole. Sono quelle a creare e a disfare i mondi. La prima sera sono andata a letto inquieta perché quelle parole risuonavano ancora dentro di me. Avevo smesso di leggere, ma continuavo a sentirle. È una scrittura che mi ha fatto pensare all’amore per la letteratura, al desiderio di esplorare attraverso le parole anche ciò che è scomodo e difficile da guardare. Ho sentito un’urgenza, una libertà di spingersi fino in fondo che mi ha conquistata.

Può esistere l’amore senza la morte? Sembra questa la domanda che si nasconde, forse neanche tanto, in queste pagine. E quando parlo di morte intendo proprio la morte, oltre la sofferenza di una passione che consuma.

La morte si legge nel volto di Fosca, si respira nel paesaggio, si attraversa nel duello, si combatte nella malattia. È così prepotente da condizionare anche il modo in cui si guarda all’amore, al desiderio, alla possibilità di stare insieme.

Basta leggere come ci viene presentata Fosca:

Né tanto era brutta per difetti di natura, per disarmonia di fattezze – ché anzi erano in parte regolari – quanto per una magrezza eccessiva, direi quasi inconcepibile a chi non la vide; per la rovina che il dolore fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona ancora così giovine. Un lieve sforzo d’immaginazione poteva lasciarne travedere lo scheletro, gli zigomi e le ossa delle tempie avevano una sporgenza spaventosa, l’esiguità del suo collo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testa, di cui un ricco volume di capelli neri, folti, lunghissimi, quali non vidi mai in altra donna, aumentava ancora la sproporzione. Tutta la sua vita era ne’ suoi occhi che erano nerissimi, grandi, velati – occhi d’una beltà sorprendente. Non era possibile credere che ella avesse mai potuto essere stata bella, ma era evidente che la sua bruttezza era per la massima parte effetto della malattia, e che, giovinetta, aveva potuto forse esser piaciuta.

La vita sembra essersi raccolta tutta negli occhi, mentre il resto del corpo porta i segni di ciò che lo sta consumando. Ho trovato questa descrizione terribile e potentissima. La morte è già lì, visibile sotto la pelle, e insieme ci sono quegli occhi, quella bellezza sorprendente che trattiene lo sguardo. È anche da questa presenza che nasce, per me, l’atmosfera quasi gotica del romanzo. Tarchetti riesce a farmela sentire dentro i luoghi e i corpi, fino a rendere inquietante persino l’intimità. E Giorgio arriva a dare una forma precisa a questa paura:

Una cosa sovratutto – e la noto qui come quella che può dar ragione dell’abbandono in cui ero caduto, e della sfiducia che s’era impadronita di me – contribuiva ad accrescere il mio dolore: il pensiero fisso, continuo, orrendo, che quella donna volesse trascinarmi con sé nella tomba.

Trascinarlo con sé nella tomba. È un pensiero che dà alla vicinanza tra i due qualcosa di soffocante. Stare insieme diventa anche condividere una paura, sentire che il dolore dell’altra persona può occupare ogni spazio, fino a compromettere la propria possibilità di vivere.

Ed è forse questo che più mi ha sconvolta: in Fosca l’amore cerca disperatamente spazio mentre la morte sembra averlo già occupato tutto.

Fosca di Iginio Ugo Tarchetti (Oscar Mondadori)

Fosca di Iginio Ugo Tarchetti (Oscar Mondadori)

In Fosca è vero tutto e il suo contrario. Ciò che respinge può attrarre, la compassione può diventare un vincolo, la vicinanza può fare paura quanto la possibilità di allontanarsi. Mi sono ritrovata dentro questa contraddizione, a leggere qualcosa che mi angosciava e dal quale non volevo staccarmi. Anche il tempo del romanzo mi ha spiazzata. Per tre quarti del libro sembra non succedere nulla, poi nello spazio di una giornata succede tutto. E quel precipitare cambia il peso dell’attesa che lo ha preceduto. Mi sono accorta di quanto si fosse accumulato, di quanto fossi ormai coinvolta.

Ho finito Fosca pensando che raramente mi capita di leggere qualcosa di questa intensità. E ho ripensato a quella copertina nera, alla ragazzina che comprava classici con la voglia di scoprire che cosa ci fosse dentro. Sono entrata in questo romanzo quasi per caso e ne sono uscita con il desiderio di continuare a leggere Tarchetti, di ritrovare ancora la forza delle sue parole.


Fosca è…

Irresistibile. Disturba, angoscia, attrae. Ci si avvicina pensando di trovare una storia d’amore e ossessione e si finisce dentro qualcosa di molto più difficile da definire. La morte attraversa i corpi, i paesaggi, i sentimenti. Le parole continuano a risuonare anche quando si chiude il libro. E quando si arriva alla fine si sente il bisogno di ripensare a ciò che si è letto.

Consigliato per chi cerca un libro che non vuole accontentare nessuno, che non vuole rassicurare, ma soltanto fotografare un turbamento e spingerci verso il baratro di una riflessione scomoda, eppure inaspettatamente attraente. Per chi è disposto a lasciarsi inquietare dalle parole e a sentirle risuonare dentro di sé anche dopo aver chiuso il libro.

Cinque stelle meritatissime stelle e l’ho capito subito, appena ho terminato la lettura perché ho avuto l’urgenza di rileggere tutto da capo.

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Alcune note su Iginio Ugo Tarchetti

Iginio Ugo Tarchetti

Iginio Ugo Tarchetti (San Salvatore Monferrato, Alessandria, 1839 – Milano 1869) scrittore italiano. A diciotto anni intraprese la carriera militare, ma la abbandonò nel 1865 per stabilirsi a Milano, dove cercò fortuna nelle lettere, collaborando a diversi periodici della scapigliatura. Temperamento estroso, disordinato, sostenuto da vivaci risentimenti anticonformisti ma incline alla solitudine malinconica e alle fantasticherie macabre, consumò rapidamente le sue energie, spegnendosi a soli trent’anni. Lasciò nondimeno parecchie opere, tra le quali si ricordano il romanzo Paolina (1866), l’altro romanzo violentemente antimilitarista Una nobile follia (1867), i Racconti fantastici (1869) e quelli di Amore nell’arte (1869); incompiuta rimase la sua opera di maggior impegno, il romanzo Fosca (1869), portato a termine, subito dopo la sua morte, dall’amico Salvatore Farina, che scrisse l’ultimo capitolo. Postuma apparve anche, nel 1879, la raccolta di versi Disjecta.Dotato di notevoli capacità assimilatrici, T. riprese e sviluppò motivi d’origine romantica, suggeritigli da letture non tanto italiane quanto straniere (Hoffmann, Poe): il tedio della vita quotidiana, l’attrazione per l’orrido e il deforme, l’ossessione della morte, l’incubo della follia. In Fosca, il protagonista è conteso fra l’amore per la bella ma infida e traditrice Clara, che simboleggia la vita, e quello per l’orrida, ripugnante ma dolcissima Fosca, cioè la morte, alla quale infine si abbandona. Prosatore dallo stile assai sciatto, T. esercitò tuttavia larga influenza tra i contemporanei come uno dei maggiori rappresentanti di quell’atteggiamento di rivolta contro la cultura risorgimentale-borghese che si incarnò nella scapigliatura.

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