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Tornare dai Cazalet

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Tornare dai Cazalet 

Ho cominciato a leggere i Cazalet senza sapere che fossero una saga. Era il 2015, Gli anni della leggerezza era appena arrivato in Italia e io non avevo ancora La Lettrice Controcorrente. Non sapevo che quella famiglia mi avrebbe accompagnata per cinque libri e, soprattutto, che un giorno avrei avuto la possibilità di tornarci. Perché leggere Le ore d’oro per me non significa semplicemente iniziare un nuovo romanzo. Significa ritrovare persone che avevo lasciato molti anni fa.

Louisa Young, chiamata a raccogliere l’eredità di Elizabeth Jane Howard, nella lettera che apre il libro scrive che Jane le ha lasciato «una grande, splendida casa delle bambole». Un’immagine che mi sembra perfetta. I Cazalet sono sempre stati questo: una casa enorme nella quale entrare, stanza dopo stanza, incontrando vite, amori, tradimenti, nascite, perdite, persone capaci di farci arrabbiare e altre alle quali finiamo inevitabilmente per affezionarci.

Ma c’è un’altra piccolissima frase della lettera che mi ha colpita ancora di più: «Insomma, vivono, alla maniera degli esseri umani.»

Ed è esattamente così che li ricordo.

Adesso torno da loro con una curiosità diversa da quella con cui avevo aperto il primo volume. Voglio sapere che cosa è successo a Louise, Polly, Clary, Villy, Edward, Hugh, Rupert, Zoë. Voglio scoprire chi sono diventati i bambini che avevo lasciato e conoscere quelli che allora ancora non esistevano. Ma soprattutto sono curiosa di scoprire chi sarò io, questa volta, mentre li leggo. Perché sono passati più di dieci anni da quando sono entrata per la prima volta nella casa dei Cazalet. Non sono più la persona che ha cominciato questa storia e forse, anche loro come me, sono cambiati completamente e al tempo stesso, non lo sono affatto.

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