
I volti

La trama
Nella Copenaghen di fine anni Sessanta, Lise Mundus è scrittrice di libri per ragazzi e madre di famiglia: due ruoli che fatica a conciliare. Ha avuto tre figli da mariti diversi, l’ultimo dei quali è Gert. Il loro non è un matrimonio felice: l’uomo vive il successo della moglie come un affronto personale, da tempo ha smesso di toccarla e non fa mistero di portare avanti ben due relazioni extraconiugali, con la collega Grete e con la donna di servizio Gitte. La crisi di coppia e le continue tensioni con i figli ricadono inevitabilmente sul lavoro di Lise, che non riesce più a scrivere. La donna perde il controllo, si sente odiata da tutte le persone con cui vive, sviluppa una mania di persecuzione e si mette in testa che Gert e Gitte stiano complottando ai suoi danni. La notte è il momento peggiore: i pensieri corrono veloci, sempre più difficili da tenere a bada, e la visione di volti deformati comincia a tormentarla. Sono volti che stanno per cadere, come maschere, pronti a rivelare tutta la finzione che nascondono. Il crollo psichico è rapido. Mentre sprofonda in un mondo fatto di pillole e ospedali, Lise comincia a chiedersi se la follia sia davvero qualcosa da temere o porti con sé una sorta di libertà.
– Fragilità –
I volti di Tove Ditlevsen (Fazi editore) è un libro emotivamente molto impegnativo. Ho letto e amato La trilogia di Copenaghen (LEGGI QUI la recensione) e ho ritrovato la stessa atmosfera anche se I volti è molto più cupo come romanzo. Anche qui ci sono diversi temi dolorosi: il tradimento, la dipendenza e la malattia mentale.
Quando ho terminato questo libricino ho sentito la necessità di non leggere altro per tutto il giorno. La malattia mentale raccontata in prima persona, un po’ come era successo in Chimere, mi impressiona sempre molto. Chi siamo davvero quando smettiamo di riconoscerci?

Lise è una poetessa, proprio come Tove Ditlevsen, bastano poche pagine per capire che la sua vita è avvolta dall’infelicità. E ne bastano altrettante per capire che la narratrice è tutto tranne che affidabile. Le parole degli altri si mescolano al suo silenzio, la costringono a ripensare alla propria vita e in un certo senso le impediscono di scrivere.
(…) Del mondo non mi importa niente. Voglio solo scrivere e leggere, voglio solo essere me stessa.
I volti, le mani e le voci si moltiplicano mentre Lise scivola inesorabilmente nel tunnel della follia. Perché se non può scrivere non può esistere.
Realtà e allucinazioni si fondono e conducono il lettore in un labirinto claustrofobico e decisamente scomodo in cui sostare. Le voci arrivano da tubature, grate, altoparlanti nascosti e proprio come Lise veniamo bombardati dal sospetto e dalla cattiveria di quelle voci che fanno leva su debolezze e paure.
Gert suo marito ha davvero una storia con Gitte la domestica? Questa è la domanda che il lettore si pone all’inizio ma ben presto ci si rende conto che per aver le risposte giuste bisogna anche porsi le domande corrette. Gert è davvero invidioso del successo letterario della moglie? Davvero le infermiere prendono in giro Lise per il suo aspetto? Davvero Lise non scriverà mai più? Davvero è una scrittrice che non è in grado di stare al passo con i tempi?

Il tempo in ospedale scorre in maniera differente, a volte non scorre affatto e l’unico appiglio restano le parole, la poesia.
Nei punti in cui la cinghia affondava nella sua vita, non c’era più pelle, e il dolore fisico mitigava l’angoscia del cuore. Il tempo non si muoveva, e non si poteva farlo uscire dalla finestra, perché non era vera: era dipinta sul muro, era fatta di cartone umido e giallognolo, del quale non era possibile immaginare il lato esterno. C’erano i giorni e c’erano le notti, ma lei non sapeva quando dormiva e quando era sveglia. Non pensava mai in termini di “ieri” o “stasera”: collocava ogni cosa in un indistinto “una volta”, allo stesso modo in cui era sicura che “una volta” , da bambina, era stata al Søndermarken con i genitori, senza però sapere di preciso se quel ricordo fosse costituito da una sola domenica oppure da cento messe assieme.
Che cos’è Lise senza la scrittura? Forse è questa la domanda che continua a ronzarmi in testa dopo l’ultima pagina: che cos’è Tove Ditlevsen senza la scrittura? E che cosa resterebbe di noi se ci venisse tolta la cosa che amiamo di più?
Piove su tutte le strade,
e anche nel mio cuore.
Ho tanto viaggiato, senza mai trovare
una tregua dal dolore.
I volti è…
Fragilità. I volti non è una lettura semplice e nemmeno consolatoria. È un romanzo che mette a disagio, che costringe a guardare il mondo attraverso gli occhi di una donna che non riesce più a fidarsi della propria mente. Eppure è proprio questa la sua forza. Tove Ditlevsen racconta la fragilità umana senza filtri e senza compiacimento, trasformando la discesa nella follia in una riflessione dolorosa ma potentissima sull’identità, sulla solitudine e sul bisogno di essere ascoltati, specialmente da sé stessi. Un libro breve, ma capace di restare addosso a lungo.
Consigliato per chi è in cerca di una lettura introspettiva, malinconia e decisamente spiazzante. Ho amato molto il finale e credo che non dimenticherò questo libro. Vi consiglio comunque di leggere prima La trilogia per capire meglio la vita dell’autrice e riuscire a immedesimarvi nella protagonista. I mostri non sono sempre sotto al letto.
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